«Abbiamo bisogno di 'staccare' per ricordarci dove vogliamo andare»
intervista a Véronique Margron, religiosa domenicana, docente di teologia morale
a cura di Martine de Sauto
Che senso dare al riposo nell'Antico Testamento?
Il riposo appare fin dalla Genesi. Dio crea con la sua parola, che ha una potenza spettacolare. Ma il massimo della potenza di Dio, è di ritirarsi, il settimo giorno. Ora, sta all'uomo governare. Avrebbe potuto fare un gigantesco fuoco d'artificio! E invece no. Si ritira (Gen 2, 1-3). La sua potenza si esprime nella dolcezza. In seguito, nel Decalogo, il comandamento del riposo ha due aspetti. Uno politico: tutti devono riposare, poiché ognuno è responsabile dell'altro e solidale con l'altro (Es 20, 8-11, Dt 5, 12-15). Il secondo ha una dimensione teologica di confessione di fede: ho la responsabilità di ricordarmi, con questo giorno di pausa, da chi mi viene la mia libertà. Dio si è ritirato, ma il suo riposo non è un abbandono.
Quale spazio si dà al riposo nei Vangeli?
Ogni volta che Gesù se ne va in disparte, la cosa non funziona, viene sempre raggiunto. E non sappiamo neppure se si è riposato. Sappiamo che con la preghiera si mette “sulla giusta lunghezza d'onda” con se stesso e con il Padre. La sua vita non è una vita di tutto riposo eppure, quando si rivolge agli afflitti, promette loro: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi darò riposo...” (Mt 11, 28-30). È un versetto magnifico, che deve essere inteso anche come un obbligo per la Chiesa di essere un luogo di riposo per coloro che faticano nell'esistenza. In un altro episodio, Gesù dorme sulla barca mentre si alza la burrasca (Mc 4, 35-41). Per Pietro, è una prova di fiducia. Anche noi possiamo credere che Dio dorma di fronte ai disastri del mondo e dei nostri disastri personali. Ma no, Gesù non dorme, si alza e impone al mare di calmarsi. Abbiamo il diritto di trovare l'attesa troppo lunga, ma dobbiamo essere quel tipo di persone a cui l'uomo impaurito dalle tempeste possa affidarsi, senza timore. Quelle persone che implorano Dio davanti alle tempeste del mondo.
Perché spesso siamo incapaci di gustare il riposo a cui aspiriamo?
È difficile tacere, smettere di occuparsi di mille e una cosa. La nostra inclinazione naturale è di comportarci come esseri di esteriorità, sempre nella potenza relativa di ciò che abbiamo acquisito diventando adulti. Non è così ovvio “staccare”, eppure siamo anche esseri di interiorità. Se non “stacchiamo”, rischiamo di perdere la testa, di perdere il senso della vita, di non essere più attenti a quelle piccole cose che rendono belli i giorni ma che sono fugaci: un sorriso, un paesaggio, un gesto, una parola al momento giusto... Abbiamo bisogno di “staccare” per ricordarci, come Israele, dove vogliamo andare. Purtroppo, in certi ambienti, fin da bambini, ogni momento libero viene riempito. Oggi è un inganno voler rendere utile questo spazio inutile eppure strutturante dell'esistenza. Grazie al riposo, a questo tempo lasciato per ritrovarsi, forse troveremo il tono giusto per parlare a un parente, a un bambino, a un amico, o la felicità di un libro che ristora. Il riposo è anche poter “deporre le armi”, disfarci un momento di tutti i nostri ruoli necessari alla vita sociale, senza timore dell'altro.
Il riposo è necessario per mettersi in ascolto di Dio?
Sarebbe grave se si potesse ritrovare Dio solo nel silenzio esteriore, perché allora la conversazione con Dio sarebbe appannaggio di pochi. È possibile fare un po' di silenzio dentro di sé, proseguire questa conversazione intima con Dio in mezzo ad altre conversazioni ed azioni di tutti i giorni. Ma questo ascolto ne chiama un altro: trovare il tempo di leggere la Parola di Dio, aprire le Scritture, se possibile con altri. Per lasciarsi afferrare, e per amarsi in modo migliore, perché il nostro Dio ama ciascuno così com'è.
in “La Croix” dell'11 dicembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)
Voglia (e bisogno) di riposo
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