Il pancione di Maria

di Maria Teresa Pontara Pederiva

(...) Il frammento di affresco sulla Madonna del parto [nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna] (...) se pure conosciuta come immagine, insieme ad altre successive molto meno austere, o a tante Madonne che allattano - più nel passato che ai giorni nostri, a dire il vero - non mi è mai sembrato che l'idea di Maria col pancione sia così diffusa, neppure fra le donne che dovrebbero esserle più vicine come sensibilità. Altre sono immagini, o concetti, della Madonna, che strillano in prima pagina, primo fra tutti la verginità. Eppure, almeno in occasione del Natale, è la maternità, meglio la gravidanza, che dovrebbe accompagnarci lungo i giorni che precedono l'avvenimento di Betlemme. Un significativo proverbio dei berberi del deserto recita così: "Quando una donna ha in grembo suo figlio, il suo corpo è come una tenda quando soffia il ghibli". Nella Bibbia sono tante le espressioni che fanno riferimento ad una vita prenatale, peraltro sconosciuta nelle sue modalità. In testa il Salmo 139, 13.15 "Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Non ti erano nascoste
le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra". O alle gravidanze quasi parallele di Maria e della cugina Elisabetta, quando il bambino di lei sussulta in grembo al saluto di Maria che diventa "Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!". E anche se crediamo a quel participio passivo, che definiscono "teologico", secondo cui si esprime la totale ed esclusiva iniziativa di Dio al momento dell'annunciazione, è profondamente significativo il pensare a quell'altrettanto totale formazione umana di Gesù, giorno dopo giorno, nell'utero di Maria esattamente come ogni altro bambino che viene alla luce sulla terra. Ed è questo che deve aver pensato la Chiesa delle origini - prima in Asia poi a Roma - quando, sovrapponendo la solennità del Natale alla festa preesistente del dio Sole (25 dicembre) e a quella delle strenne romane, ha poi retrodatato di nove mesi collocando al 25 marzo quella dell'annunciazione. "La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo" sono le parole di Gesù raccontate da Giovanni (Gv, 16, 21). Se alcuni mariologi nella storia erano arrivati ad escludere le doglie del parto e simili, perché non compatibili con Maria, io penso invece alla delusione di alcune mamme-amiche che affermano di non aver potuto viverlo fino in fondo per necessità di un cesareo. Credo che non ci sarebbe miglior catechesi per i nostri bambini di quella che associa Maria col pancione a tutte le altre mamme in gravidanza. In alcune parrocchie si fa festa per quante sono in attesa di un figlio e si preparano ad un prossimo battesimo. In altre si suonano le campane quando nasce un bambino all'interno del proprio territorio, di qualunque credo sia la sua famiglia. Ma non sono ancora usanze diffuse. (...) Ogni mamma sa cosa significa portare "dentro" un figlio, parlargli come se fosse già "fuori", ascoltare insieme una musica che può cullarlo, scandire i versi di una ninnananna. Mi chiedo se forse il pensare un po' di più a quei nove mesi condivisi da Maria con tutte le madri della terra non ci aiuterebbe a comprendere meglio, padri compresi, il mistero dell'Incarnazione. Che, al di là di ogni disputa teologica del passato, è la straordinaria avventura di un Dio che si è fatto completamente uomo e ha scelto di farsi carne nell'utero di una donna (...).

[l'immagine a destra è la "Madonna del parto" di Montefiesole]