Gli espropri laicisti ci hanno aiutato a riformarci

di Giorgio Campanini

I cinquant'anni del Vaticano II, ormai alle porte, non possono non indurre a tornare a riflettere su uno dei grandi temi conciliari, quello della «Chiesa dei poveri»: una riflessione tanto più necessaria all'approssimarsi di una festa, quella di Natale, che è la celebrazione del Cristo povero, ultimo degli ultimi, punto di riferimento obbligato per quanti intendono essere autenticamente cristiani. Il rapporto fra la Chiesa e i beni della terra è stato fra i più complessi e travagliati della storia, e tuttavia (secondo una linea di tendenza sostanzialmente lineare nelle società occidentali) ha registrato in età moderna una progressiva presa di distanza dalle tentazioni della ricchezza. Dove sono, oggi, le immense proprietà terriere delle antiche abbazie; i spesso lussuosi conventi nei quali riparavano, a volte forzatamente, i diseredati rampolli e le figlie senza dote dei nobili; le fastose regge dei vescovi principi? Lo Stato laico (prendendo sul serio, anche se inconsapevolmente, l'evangelico richiamo alla «Chiesa povera») ha ormai fatto piazza pulita di antichi privilegi ed assoggettato il patrimonio ecclesiastico a dure spogliazioni, come la storia del Settecento e dell'Ottocento ad abundantiam insegna. È parso, ancora una volta, che Dio «scrivesse dritto per righe storte»