Libertà, gridano. Che sveglino la nostra

Libertà, gridano. E ne parla il web, ne parlano i nostri giornali. Le folle che stanno sfidando regimi e bombe, decennali assetti di potere, interrogano la nostra libertà. Si sottopongono a pericoli e violenze in tutto il Maghreb e in parte del mondo arabo per il pane e per la libertà. Vorrei che prima di tutte le possibili analisi politiche, del timore per scenari futuri, delle accuse alla speculazione sui prodotti primari, e prima della presa di coscienza delle conseguenze che specialmente in Italia si avranno, arrivasse, dritta come una spada, la grande questione: la libertà muove gli uomini. Anche là dove sembra impossibile.

Certo, queste sollevazioni chiedono pane insieme alla libertà. Situazioni divenute intollerabili dal punto di vista sociale hanno acceso gli animi. Ma come sempre accade, la mancanza e la necessità di un bene particolare (il pane) ha fatto vedere in modo più lampante la mancanza di un bene più grande (la libertà). L'uomo è fatto così. Vuole sempre un bene più grande. La sua fame è infinita. Non di solo pane vive.

Ogni faccenda che riguarda la libertà è complicata. Perché la libertà è la cosa più profonda, più «cara» come dice Dante, più intima di un uomo. La sua parte inespugnabile. Può solo venderla o barattarla lui. Ma nessuno può spegnergliela. Però la libertà non si muove, non cerca la propria soddisfazione in una specie di ambiente puro. È sempre esposta al torbido, al parziale, all'interesse, alle passioni. Non esiste libertà in azione allo stato puro, se non nei santi. E anche i movimenti di libertà che si stanno esprimendo in queste dure giornate non sono "limpidi". Sarebbe stupido pretenderlo. Ma quando un uomo si muove per la libertà, interroga sempre tutti noi: tu per cosa ti stai muovendo? Noi, per cosa ci stiamo muovendo? E, anzitutto, ci stiamo muovendo? Pare che in molte zone della nostra società regni l'immobilità. Non solo nel senso della mancanza di cambiamenti significativi