L'autore misterioso del testo postato ieri osava dire che dovremmo indignarci di tutto per essere in diritto di indegnarci del "bunga bunga"... Tale pseudo-ragionamento si giudica da sé. Oggi mi sento buono e voglio ridire a lui e a quelli che la pensano come lui che don Chisciotte porta questo nome mica per nulla... e ha testimoniato da tempo di essere attento a tanti drammi. Senza che questa attenzione avesse suscitato alcun commento indignato degli interessati cortigiani del raìs italiano.


don Chisciotte

 


Il servizio pubblico dell'ipocrisia

di Aldo Grasso

Che bella notizia, se davvero Massimo Giletti potesse lasciare la Rai, a patto che si porti dietro anche Sergio Mariotti, in arte Klaus Davi! Non è un problema di persone, ma di servizio pubblico. Spesso ci si indigna con la Rai perché manda in onda programmi come «L'isola dei famosi» o «I raccomandati» con Emanuele Filiberto o «Ballando con le stelle» o altre insulsaggini del genere: ma il pubblico della sera è un pubblico che fa una scelta di intrattenimento e da alcuni mesi, con l'avvento del digitale, ha la possibilità di scegliere con discernimento, le opzioni non mancano.

Dove il servizio pubblico ha completamente fallito la sua missione (la sua ragion d'essere) è nella programmazione del mattino e del pomeriggio, dove lo spettatore si trova in una condizione di maggiore fragilità. In quelle ore la tv funziona come sottofondo, un'ospite in casa cui si presta attenzione in maniera saltuaria, come una routine contro la solitudine. Ebbene, proprio nella condizione in cui l'audience è più indifesa, si insinuano i peggiori programmi della Rai, da «Uno mattina» a «I fatti vostri», da «Pomeriggio sul due» a «La vita in diretta». E la grande novità annunciata da Viale Mazzini è che, dopo aver deluso su Raiuno, Maurizio Costanzo trasloca su Raidue, nel preserale: largo ai giovani!

Ma la trasmissione che più rappresenta il fallimento della nozione di servizio pubblico è «L'arena» condotta, appunto, da Massimo Giletti, nel primo pomeriggio della domenica. Non tanto per le risse continue e volgari (che sono pur sempre un modello di discussione) o per i personaggi invitati, ma per quell'ipocrisia di far credere allo spettatore di stare affrontando un problema fondamentale per la vita del Paese: non c'è alcun bisogno di credere a una verità per sostenerla. Questa è la verità che oggi insegna il servizio pubblico.