Può darsi che sia vero che la Chiesa avrà tempi duri, come Israele ebbe ai tempi della deportazione (quante profezie amare ed ingenue circolano nel sottobosco delle parrocchie!). A me tutto questo non dice molto perché Cristo mi ha liberato proprio dalla paura. Io mi sento assicurato e confortato dal passaggio di Gesù nella mia vita. Se si chiude un seminario non mi viene alla mente di dubitare che mi mancherà un prete a darmi l'Eucaristia. Se si vende il Vaticano non tremo pensando che tutto è finito e che Dio è stato vinto dal male. No, e preferisco cantare con Osea le stesse parole della speranza: «Io sono il Santo in mezzo a te, Israele e ruggirò come leone dinanzi al male. Accorreranno i tuoi figli come colombe, e come augelli ritorneranno al loro nido» (cap. 11). Sì, ho tanta speranza! Ed è la speranza vera, quella non fondata sull'ottimismo umano ma nata dalla contraddizione e debolezza mia, dalle contraddizioni e debolezze della Chiesa e dalla visione della babele del mondo di sempre. Ho la speranza che non si fonda più sulle mie forze o sulle forze organizzate della Chiesa ma solo sul Dio vivente, sul Suo amore per l'uomo, sulla Sua azione nella storia, sulla Sua volontà salvifica.



I cristiani del nostro immediato passato potevano avere qualche angolo tranquillo ove posare lo sguardo e nutrire ottimismo: una Chiesa organizzata e trionfante, un numero discreto di fedeli, una civiltà che appariva cristiana, famiglie pie e ordinate. Ma oggi! No, con l'affievolirsi della "Chiesa-numero" sostituita dalla "Chiesa-segno", le cose sono cambiate e qualcuno non capisce più nulla. Per chi guarda la realtà oggi senza spirito profetico l'ottimismo è veramente morto. Ma lo sapete voi che dove muore l'ottimismo umano nasce la speranza cristiana? L'ottimismo è fiducia negli uomini, nelle possibilità umane; la speranza è la fiducia in Dio e nella sua onnipotenza. Tempo di Apocalisse quindi, cioè tempo in cui il credente guarda il Cielo prima di guardare la terra, cerca i segni dell'Avvento di Dio più che l'agitarsi dei popoli, conta sulla fedeltà di Dio più che sulla capacità o furbizia degli uomini. E anche quando agisce, il suo spirito è saturo della fede in questa parola:

Maranathà! Vieni, Signore Gesù! Unica strada che Lui percorre per venire a noi e rivelarsi è quella che noi percorriamo per cercarlo. Noi lo troviamo nella misura in cui crediamo, né più né meno. Dio ha stabilito che il colloquio con Lui avvenga nella fede, che la crescita in Lui si faccia nella speranza e che la rivelazione di Lui la si sperimenti nella carità. E questo fino alla fine cioè fino all'ultimo giorno, il giorno in cui risorgeremo dai morti".

fr. Carlo Carretto, Ogni giorno, 8 e 9 gennaio