La vigilia

di Luisito Bianchi

Ma il giorno più lungo per un ragazzo era quello della vigilia perché c'erano ancora mille cose da fare e, nello stesso tempo, per poterle compiere, bisognava attendere lo svolgersi degli avvenimenti, comandati, come in un rito, da una regia invisibile, dolcissima se volete, ma tirannica, senza possibilità di deroghe, fino a quello della mezzanotte. Aspettare, quando si poteva fare tutto di seguito: Dio mio, che faticoso lavoro! In cucina, bisognava aspettare che la mamma finisse d'impastare la sfogliata e tirarla col mattarello cento volte, e poi farla un poco riposare sull'asse (quanto tempo?) per averne diritto a una frangetta che, posta delicatamente ad arcioni sulle molle, avvicinavo alle braci del camino quel tanto che non bruciasse ma bastasse a cuocerla, provocando sulla superficie certe bollicine e crateri dorati di fantastici paesaggi; bisognava poi che fosse cotta la zucca e impastata, deposta a mucchietti su quadretti di sfogliata approntati con una rotellina d'ottone, e sigillata dentro con un colpo d'indice e di pollice, per avere il diritto d'implorarne un assaggio sui tortelli che sarebbero stati cotti per la cena, detta il cenone. Bisognava aspettare alla finestra che il cielo si decidesse alla seconda o, in casi eccezionali, alla prima nevicata, dato che anche gli adulti, odiatori della neve, ammettevano essere una focaccia senza zucchero un natale senza neve. Ma l'attesa infinitamente più carica e penetrante era quella che stagnava nell'aria e che un ragazzo, con le sue sensibilissime antenne, accumulava di dentro senza sapere darle un nome; si sentiva irrequieto e, nello stesso tempo, di una bontà tale che, se la mamma gliela avesse vista nel cuore, si sarebbe messa a piangere dalla commozione; voleva stare in casa per rendersi utile al minimo accenno della mamma: guarda il fuoco, va' a prendere un mestolo d'acqua, eppure le gambe gli facevano prurito per una lucidatina agli scivoli sui fossi; era violentemente spinto verso il presepe per accendere le lampadine del cielo, mettere in movimento il mulino, ma, nello stesso tempo, puntava i piedi per non cadere nella tentazione, essendo tutte quelle operazioni comandate dal rito solo dopo la messa di mezzanotte. Insomma, ripeto, una grossa fatica dovere attendere con tutte quelle cose che c'erano da fare e non si sapeva cosa fossero; perché se un adulto domandava al ragazzo: «Che cose hai da fare adesso?» il ragazzo doveva rispondere: «Niente», pur essendo convinto che gliene rimanevano mille per passare bene la vigilia. Liberatrice arrivava la voce della mamma: «Mi occorre questo e quest'altro alla bottega e sta attento al peso». «A me non me la fanno» rispondeva il ragazzo che era già di corsa in strada. «Mettiti almeno la sciarpa!» gli gridava dietro la nonna, ma chi la udiva? Il ragazzo finalmente si sentiva utile a concorrere alla grande festa, ad averne parte nella preparazione, e non solo col presepio. Che la grande attesa fosse perché si sentiva un poco inutile e trascurato? Ma chi sapeva leggere nel cuore d'un ragazzo il giorno della vigilia? E anche nel cuore del vecchio d'oggi, e non solo in vigilia natalizia? Alle tre del pomeriggio suonava la campana della confessione dei ragazzi e delle donne; l'arciprete le donne, e il curato i ragazzi (le bambine, avendo meno tentazioni di noi in un giorno di vacanza, s'erano confessate al mattino). Ci ritrovavamo tutti sul sagrato e, una volta tanto, entravamo in chiesa con ordine, sotto gli occhi e le mani del curato. Il quale, appena inginocchiati nei banchi, ci faceva una lista di peccati che cercavamo di tenerci a mente senza riuscirci, e confessavamo quelli che avevamo imparato a memoria nella prima confessione. Però il pentimento dei peccati anche non commessi o dimenticati era sincero, dato che davanti alla culla di Gesù Bambino che avremmo contemplato, tolto il velo viola, alla messa di mezzanotte, c'era poco d'essere contenti per aver fatto capricci o litigato coi compagni o parlato in chiesa. Un segno della nostra conversione natalizia lo davamo subito appena usciti di chiesa: una rincorsa sul sagrato di beola, neve permettendo, un salto dai tre gradini, mai così lungo e alto perché, senza peccati, ci sentivamo leggeri; e subito a casa, senza nemmeno aspettare il successivo compagno che doveva esser già alla fine dell'avemaria di penitenza - o delle tre, a seconda dell'umore del curato quella vigilia. La mamma ci aspettava con la tinozza già preparata accanto al camino, sicura che non avremmo detto niente all'energica insaponata sulla schiena e attorno al collo, soprattutto all'odiosa pulitura delle orecchie con una pezzuola bianca e una di quelle forcine di metallo di cui le donne facevano collezione nelle crocchia, sempre una a portata di mano. Così, alla leggerezza dell'anima s'univa quella del corpo, e la maglietta di lana con le maniche lunghe, calda e profumata di pulito e di ferro da stiro a carbonella, avvolgeva la pelle, rimessa a nuovo, come una carezza. Sopportavamo la tortura del taglio delle unghie con la stoica fermezza di Muzio Scevola, quello della mano nel braciere, tanto poteva l'attesa di avvenimenti stupefacenti, come il cenone e la messa di mezzanotte. Usciti dalla tinozza, indossati gli abiti della festa, eravamo i primi a capire che il natale era già incominciato e che il sacrista doveva avere già tolto il velo viola. Perfino la fame sopportavamo senza lamentarci e senza fare una capatina furtiva al sottoscala, dico quel paio d'ore che spostavano la cena, ossia il cenone e lasciavano il tempo necessario, non troppo, agli uomini di andare in sacrestia per confessarsi, a tu per tu coll'arciprete, in uno sgabuzzino buio, perché i peccati degli uomini sono come i pipistrelli. Ho parlato di cenone, ma non pensiate che fosse come il pranzo della fiera. Si chiamava cenone solo perché, una volta all'anno, si voleva cenare come i signori e, se per trecentosessantaquattro sere si mangiava polenta che i signori disdegnavano perché troppo pesante e senza sostanza, la trecentosessantacinquesima bisognava che i piatti facessero sangue, anche se di magro. E allora c'erano i tortelli con la zucca; e poi l'anguilla marinata che il droghiere teneva in un mastello sotto il banco, tonno con cipolla, mostarda, un mandarino a testa e pure un torroncino in scatoletta dorata. Voi direte: tutto qui? Oh, no, non era tutto. Mi dimenticavo di aggiungere che i tortelli con la zucca e l'anguilla marinata sarebbe stata un'imperdonabile sciocchezza mangiarli in qualche altro giorno dell'anno, anche a essere signori; e poi, pensare di andare a letto dopo l'una di notte, non c'erano accrescitivi che bastassero a qualificare quel momento attorno alla tavola, con davanti una tovaglia da dote e piatti da regalo di nozze. Dicembre, dunque, buono? Buonissimo. E Dio l'aveva previsto così, col natale del Figlio suo, ancora prima di creare i mesi. Quindi non possono sorgere contestazioni: la bontà del mese e la bontà di Dio coincidono.

tratto da “Le quattro stagioni di un vecchio lunario

in “Viator” n. 11-12 del novembre-dicembre 2010