Ricette per una sobrietà felice nell'Italia degli sprechi

di Giannino Piana, docente di teologia morale

In una recente classifica stilata dal Living Placet Report del Wwf, nella quale si rileva che se tutti vivessero come gli europei ci vorrebbero almeno due pianeti a disposizione, l'Italia risulta tra i Paesi più spreconi del mondo. Gli italiani sono infatti i primi e i più grandi consumatori di energia in casa, con valori che raggiungono quasi il doppio della media europea. A spiegare questo boom dei consumi è il dilagare di una mentalità che ha le sue radici nel sistema economico dominante - un sistema caratterizzato dalla creazione di prodotti "usa e getta" - e che si traduce in un costume largamente diffuso nei vari ambiti della vita. Il consumo non è infatti soltanto il valore per eccellenza della odierna società del benessere o dell'opulenza - solo se si consuma in modo sempre più intenso è possibile mantenere alti i livelli della produttività - ma è divenuto una sorta di status symbol, che contraddistingue i comportamenti delle persone, e un classificatore della gerarchia sociale: se non si cambiano infatti con grande frequenza vestiti, arredi, automobili e prodotti tecnologici, come cellulari, computer e televisori, si corre il rischio di essere tagliati fuori dall'area di quelli che contano. Questa situazione si è fatta tuttavia, negli ultimi decenni, sempre più insostenibile per il nostro pianeta. La graduale diminuzione delle energie tradizionali (e la difficoltà a sostituirle con altre) e il fenomeno dell'inquinamento ambientale, che coinvolge i beni fondamentali per la vita, come l'aria, l'acqua e la terra, costituiscono un campanello di allarme che va assolutamente ascoltato. La necessità di arrestare un processo che ha già prodotto conseguenze pesantemente negative, ma che rischia di mettere soprattutto a grave repentaglio la possibilità di sopravvivenza delle generazioni future, è ormai avvertita a livello di coscienza collettiva; ma questo raramente si accompagna all'assunzione di decisioni efficaci, che segnino una vera inversione di marcia. Non sembrano infatti emergere vere alternative all'attuale sistema, che continua a perseguire le finalità di sempre. La situazione creatasi a seguito della crisi economico-finanziaria odierna - situazione che costringe a rivedere radicalmente i parametri ai quali si è fatto finora riferimento per valutare lo sviluppo - rappresenta una occasione preziosa per operare una svolta. Un aiuto a prenderla sul serio, voltando in qualche modo pagina, ci è offerta dal recente interessante manuale di Cristina Gabetti dal titolo Occhio allo spreco. Consumare di meno e vivere meglio (Rizzoli); un testo che non si colloca all'interno della tradizione dei classici ambientalisti ed ecologisti il più delle volte tristi, ma che propone piuttosto - come è detto eloquentemente nel titolo - la decrescita nei consumi e l'abolizione degli sprechi come condizione per «vivere meglio». La prospettiva da cui l'autrice muove è infatti una prospettiva positiva: l'obiettivo perseguito è la conquista della felicità, che si realizza laddove il ridimensionamento dei beni materiali diventa lo strumento per una più seria valorizzazione di quelli relazionali e per il miglioramento della qualità della vita. (...) La possibilità che si sviluppino processi sempre più apprezzabili in questa direzione è anzitutto legata alla crescita di consapevolezza della gravità della situazione, perciò allo sviluppo di un'opera consistente di informazione e di sensibilizzazione da parte dei media. Ma è anche (e soprattutto) legata alla capacità di abbandonare atteggiamenti e comportamenti consumistici, per abbracciare stili di vita contrassegnati dal contenimento dei bisogni e dalla crescita di una mentalità che consideri l'austerità, il rigore e la sobrietà non come sacrifici ai quali forzatamente sottostare (e dunque come fattori di penalizzazione) ma come vie obbligate per il ricupero dei valori veri, quelli che danno piena espressione alla persona e favoriscono la promozione di relazioni interpersonali e sociali autentiche.


in “Jesus” n° 5 del maggio 2011