Sì, noi italiani siamo maleducati. Un po' per storia e un po' per indole
Secondo un sondaggio pubblicato da Le Figaro, il 65 per cento dei francesi ritiene che nel loro Paese si sia accentuata negli ultimi anni la mancanza di civismo, inteso in primo luogo come rispetto degli altri e delle norme che regolano la vita collettiva. Da italiani potremmo quasi interpretare un dato del genere in senso positivo, come una sollecitazione a non buttarci troppo giù alla luce appunto del vecchio adagio «mal comune mezzo gaudio». Tanto più che sullo stesso giornale Luc Ferry, filosofo ed ex ministro dell'Educazione, riconduce la maleducazione generalizzata e la mancanza di civismo a una causa di fondo - la «decostruzione dei valori tradizionali e dell'autorità in nome dell'individualismo» - che non è specificamente francese o italiana. In realtà, proprio di fronte a processi del genere, abbiamo tutti la sensazione che, se effettivamente non interessano solo l'Italia, è vero però che da noi spesso assumono forme più accentuate e gravi, come se i virus di certe malattie sociali nel nostro Paese trovassero un terreno particolarmente favorevole. È probabile, nel caso specifico, che questo avvenga perché in Italia il patrimonio di cultura civica non è mai stato abbondantissimo, anzitutto per i tempi e i modi in cui si è formato lo Stato nazionale, come hanno osservato uno stuolo di storici e politologi, ma come pensavano già gli uomini del Risorgimento (a cominciare da d'Azeglio e dalle sue famose osservazioni sulla necessità di «fare gli italiani»). E tuttavia, a quei fattori di predisposizione alla malattia tante volte evocati, ha finito con l'aggiungersene almeno un altro. Mi riferisco al fatto che da qualche anno la politica italiana sembra essere diventata essa stessa uno strumento di costante diseducazione civica. Vediamo infatti come quotidianamente la politica dia un pessimo spettacolo di sé, mettendo in scena (letteralmente, visto che ormai si svolge in gran parte nei salotti televisivi, le nuove Camere della nostra costituzione materiale) quella mancanza di rispetto dell'altro, quella lotta contro il «nemico», quella propensione a urlare più che a ragionare, che con la mancanza di civismo hanno evidentemente parecchio a che fare. E ci sono pochi dubbi sul fatto che il cattivo esempio fornito dai politici abbia conseguenze negative in una società democratica. (...)
Secondo un sondaggio pubblicato da Le Figaro, il 65 per cento dei francesi ritiene che nel loro Paese si sia accentuata negli ultimi anni la mancanza di civismo, inteso in primo luogo come rispetto degli altri e delle norme che regolano la vita collettiva. Da italiani potremmo quasi interpretare un dato del genere in senso positivo, come una sollecitazione a non buttarci troppo giù alla luce appunto del vecchio adagio «mal comune mezzo gaudio». Tanto più che sullo stesso giornale Luc Ferry, filosofo ed ex ministro dell'Educazione, riconduce la maleducazione generalizzata e la mancanza di civismo a una causa di fondo - la «decostruzione dei valori tradizionali e dell'autorità in nome dell'individualismo» - che non è specificamente francese o italiana. In realtà, proprio di fronte a processi del genere, abbiamo tutti la sensazione che, se effettivamente non interessano solo l'Italia, è vero però che da noi spesso assumono forme più accentuate e gravi, come se i virus di certe malattie sociali nel nostro Paese trovassero un terreno particolarmente favorevole. È probabile, nel caso specifico, che questo avvenga perché in Italia il patrimonio di cultura civica non è mai stato abbondantissimo, anzitutto per i tempi e i modi in cui si è formato lo Stato nazionale, come hanno osservato uno stuolo di storici e politologi, ma come pensavano già gli uomini del Risorgimento (a cominciare da d'Azeglio e dalle sue famose osservazioni sulla necessità di «fare gli italiani»). E tuttavia, a quei fattori di predisposizione alla malattia tante volte evocati, ha finito con l'aggiungersene almeno un altro. Mi riferisco al fatto che da qualche anno la politica italiana sembra essere diventata essa stessa uno strumento di costante diseducazione civica. Vediamo infatti come quotidianamente la politica dia un pessimo spettacolo di sé, mettendo in scena (letteralmente, visto che ormai si svolge in gran parte nei salotti televisivi, le nuove Camere della nostra costituzione materiale) quella mancanza di rispetto dell'altro, quella lotta contro il «nemico», quella propensione a urlare più che a ragionare, che con la mancanza di civismo hanno evidentemente parecchio a che fare. E ci sono pochi dubbi sul fatto che il cattivo esempio fornito dai politici abbia conseguenze negative in una società democratica. (...)
Giovanni Belardelli, 17 ottobre 2010