«Cetto La Qualunque», maschera dell'antipolitica

Albanese: «Il vento è cambiato, il mio Cetto esce di scena. I furbi sono il passato»

«Mi sono detto: per il primo vero week-end dell'estate 2011, voglio andare il più lontano possibile dagli acquascooter. Così sono a La Villa, vicino a Brunico. Ho comprato i giornali lasciando i soldi nella cassetta, come nel New England. Sto passeggiando su un sentiero dove, quando incroci qualcuno, ti sorride e ti saluta. Non sono schuetzen o lord; è popolo, ma non volgo. Perché in Italia sopravvive, e forse sta tornando, un popolare che non è ancora degradato nel volgare. Ascolto i discorsi degli adolescenti, seguo le loro discussioni su Internet, parlo con i miei nipoti, e mi dico: forse qualcosa nel mio Paese sta cambiando davvero. Forse l'estate del 2011 sarà davvero quella in cui i tanti Cetto La Qualunque cominceranno a uscire di scena». (...) Ora il suo inventore, Antonio Albanese, intravede i primi segni della sua morte. E ne è felicissimo. «Non ne faccio solo una questione politica. Quando Cetto si infila nella vasca idromassaggi con tre prostitute e dice «Ciao, società civile, ciao!», non evoca solo gli scandali sessuali della destra, ma anche gli assessori di sinistra che incassano tangenti in natura in cambio di un appalto. Quello che la politica ha fatto a tante donne italiane mi indigna profondamente, mi fa arrabbiare come una bestia. (...)» Però il vento, secondo Albanese, sta cambiando davvero, al di fuori degli assessorati e delle feste di partito. «Io credo sul serio, come dico nel film, che un padre senza un figlio può prendere una brutta piega. Oggi sono spesso i figli a educare i padri. (...) Racconta Albanese che Cetto La Qualunque nasce dal lavoro di anni passati a osservare gli italiani. «La furbizia, l'arte di arrangiarsi, il disprezzo per la cosa pubblica, il tornaconto personale che prevale sull'interesse generale. Dalle parti di mio padre, in Sicilia, dicono: «Pe' mmia cu cc'è?». In Veneto sento chiedere: «A me che mi vien?». Il concetto è lo stesso. Ecco, un certo modo di intendere la vita sociale sta stretto alle giovani generazioni. Si comincia a capire che la politica ha sì bisogno di partecipazione, ma non è una cosa che possono fare tutti e chiunque. Richiede gente appassionata, preparata, credibile». «Uno dei cambiamenti più interessanti è il rispetto ritrovato per il lavoro. La crisi ci ha insegnato che non è la finanza a fare la ricchezza delle nazioni, ma l'uomo. (...) Ho un grande rispetto per il lavoro fatto con le mani, con gusto, passione, abilità. Mi addoloro quanto sento parlar male degli artigiani, quando per offendere qualcuno si dice che è un macellaio: cosa c'è di più bello di un macellaio che in bottega affetta la carne con la precisione di un chirurgo? Ebbene, dopo anni in cui il lavoro è stato denigrato e deriso, ora vedo i segni di un'attenzione diversa. Gli operai, i lavoratori rivendicano la loro dignità, e questo è un bene per tutti». A chi gli obietta che il Paese sembra fermo, con la politica bloccata, il merito poco riconosciuto, le carriere pilotate dalle relazioni personali o familiari, Albanese replica che non si deve esagerare. «Prendiamo il mondo dello spettacolo. Certo che il cognome è importante, e le lobby esistono. Ma le lobby possono pilotare una carriera per uno, due anni. Il vero giudice è il pubblico. E il pubblico non lo puoi fregare a lungo. Le relazioni contano, e conta la tecnica. Ma la tecnica non può nulla senza il «duende»: il fanciullino, l'estro, il genio. Chi ce l'ha, prima o poi emerge, in tutte le professioni. Totò era figlio di un principe, Benigni di contadini toscani: il talento è un mistero che ti sorprende sempre». A proposito di Benigni, «mi rallegra notare che i 150 anni dell'Unità d'Italia sono stati un successo. Fino a qualche mese fa ne parlavi e ti ridevano dietro. Poi ci siamo resi conto che sono una cosa importante. Quando mi ritrovo in piedi tra migliaia di persone che cantano l'Inno, come l'altra sera all'Arena di Verona, penso che è stata davvero una grande festa». «Oggi gli italiani, grazie anche a Napolitano, sono più consapevoli di se stessi. Chi diceva il contrario, ha perso». (...) «Più che nel riscatto civile, spero nel buonsenso degli italiani. A lungo andare, la furbizia, la mafia, l'abusivismo fanno male a tutti. Cerco di dirlo con il sorriso, perché viene meglio che dirlo con il sopracciglio alzato. Mettiamo a nudo la volgarità generata dall'incontro tra il benessere e l'ignoranza. E riprendiamoci lo spirito popolare che ha fatto grande il nostro Paese».

Aldo Cazzullo