Se ci mancano le parole per dire «famiglia»

di Maria Elisabetta Gandolfi

Da una recente riunione parrocchiale traggo una riflessione a cui immediatamente non so dare risposta. Il tema sembrava facile: organizzare la festa della famiglia. Una festa per la cui celebrazione occorrevano pochi ingredienti: la celebrazione eucaristica domenicale in cui gli sposi rinnovano le promesse matrimoniali e al termine della quale tutti sono invitati a un pranzo nel capiente salone parrocchiale. Lo scopo è quello di coinvolgere il maggior numero di famiglie, soprattutto quelle più lontane, quelle che vengono solo per accompagnare il figlio al catechismo, quelle meno inserite nel solito “giro”. La discussione, però, a un certo punto s'arena: dobbiamo chiamare la festa con un nome diverso, altrimenti le famiglie separate, risposate, diciamo “irregolari”, si sentono escluse e non vengono. Qualcuno l'ha teorizzato: “Come posso venire a una Messa dove si rinnovano le promesse del matrimonio, io che  ho tirato su da sola le mie figlie dopo che mio marito mi ha lasciata?”. Allora non si tratta più solo del “nome” della festa; c'è in gioco il contenuto stesso del festeggiamento. Qualcuno ipotizza di abolirlo e di proporre un'occasione alternativa per raggiungere le famiglie, così come sono. Qualcun altro tenta il compromesso di mantenere il rinnovo delle promesse e inserire però nella preghiera dei fedeli un robusto riferimento alla necessità di pregare per le tante difficoltà che le famiglie d'oggi vivono, le loro precarietà, le debolezze. Qualcun altro però s'inalbera e afferma che è necessario ribadire con forza che la famiglia è quella basata sul matrimonio costi quel che costi e che se i cristiani non testimoniano almeno quello... Si arriva a un punto morto, dove si tenta un aggiustamento che non scontenti nessuno, con l'idea