Manuale di fotografia cattolica

di Roberto Beretta

(...) Perché bisogna sapere che i congressi ecclesiali, le celebrazioni comunitarie, gli anniversari e le feste parrocchiali, le conferenze e i convegni cattolici sono quanto di meno fotogenico esista. Se poi si aggiunge la scarsa tecnica dei fotoreporter «di buona volontà» generalmente coinvolti per documentare il fatto attraverso le immagini, allora la noia e la tristezza sono assicurati. Ormai potrei quasi scrivere un «manuale di fotografia cattolica». Partiamo da un classico: il gruppo clericale. Beh, se si tratta di capitoli, congressi o assemblee di preti, spesso l'istantanea risulterà scattata durante il pranzo conviviale, con bottiglie di tutte le marche in bella vista sulla tovaglia; oppure di una banalissima foto ricordo, dove tutti i presenti si distinguono per l'abbigliamento casuale e il fatto che sono distanti, ben separati l'uno dall'altro: come è logico, del resto, visto che il sacerdote è «individualista» quasi per destino. Le conferenze, altro genere di grande uso e scarsissimo appeal grafico: di solito si vede un tavolo di recupero rivestito da un tappeto rosso (un residuato di paramento, forse) che non copre nemmeno le gambe del povero relatore, l'immancabile bottiglia e il sacerdote o laico di turno in piedi a tessere al microfono l'elogio introduttivo dell'illustre ospite. Se poi l'obiettivo gira a cogliere il pubblico (posto sempre a debita distanza), abbiamo le consuete sedie vuote in prima fila, qualche notabile poco dietro, molte anziane sonnacchiose con la borsetta in grembo; ma di solito c'è sempre anche qualche zelante «cattolico impegnato» con una vecchia agenda o un quadernetto aperti sulle ginocchia, pronto a non perdersi nemmeno una delle perle di saggezza che di lì a poco pioveranno sull'uditorio. Non mancano le foto «liturgiche». Lì la scarsa fantasia degli autori è testimoniata dal fatto che colgono sempre come momento culminante l'elevazione dell'ostia; seguono - ma a distanza - la predica dall'ambone e la processione d'ingresso: sai che manna, per il giornalista del settimanale diocesano che deve piazzare ogni volta il vescovo nelle stesse pose e in almeno quattro pagine diverse... Se poi il monsignore è «in carriera», ci terrà a farsi vedere (e ritrarre) con pose ascetiche accentuate, tipo mani giunte e occhi bassi, volto ispirato e «mistico», molto compreso nel suo ruolo; soltanto i parvenu dell'ultima ora invece (ma non sono pochi) cadono nella puerile tentazione di mostrarsi ostentando le insegne del grado: cominciando dai filetti e dai bottoni rossi della talare. Si tratta di osservazioni generiche e tutto sommato di scarsa importanza? Può darsi. Ma - senza essere un lombrosiano - credo che osservando con più attenzione (e un briciolo d'autocritica) le fotografie che appaiono spesso sulla stampa cattolica, impareremmo qualcosa di noi stessi. Impareremmo se non altro a vederci come ci vedono gli altri (e spesso non è affatto un bel vedere) e a relativizzare un poco di più la nostra immagine e le occasioni in cui ci piace sembrare «importanti». Forse non sarebbe una lezione particolarmente piacevole, ma certo ci tornerebbe preziosa; magari, se siamo dotati di un minimo d'ironia, potrebbe persino procurarci una bella risata per tutte le nostre solennità: un po' finte, un po' inutili.