Cristiani immaginari

di Mirella Camera

Fa un certo effetto la definizione che in Facebook dà di sé Anders Behring Breivik. L'autore della strage di Oslo, il macellaio che ha ucciso una settantina di ragazzi quasi uno per uno e ha affidato altre vittime a una bomba, si è definito “cristiano”. I giornali, nel parlarne, hanno poi aggiunto pietosamente l'aggettivo “fondamentalista”. Forse per alleviare un po' lo scandalo. Dopo questo episodio è venuta alla luce una posizione estrema prima inesistente, si è posto una sorta di precedente inaudito. E d'ora in poi il mondo è autorizzato a pensare che accanto ai cristiani “moderati” possa crescere un'ala fondamentalista capace di atti terroristici, proprio come in Occidente si pensa dell'islam. Siamo diventati speculari. E non aiuta di certo a mantenere il folle gesto nell'area - appunto - di una follia isolata il precipitoso intervento di Borghezio, che ha detto di condividere le idee di Breivik. "Come molti in Europa", ha aggiunto, "pur senza arrivare a mettere le bombe". Forse bisognerebbe che qualcuno dicesse chiaro e forte che non è una questione metodologica, quasi fossero stesse idee ma prassi diversa. Sono proprio le idee che non hanno nulla a che fare col cristianesimo, nel senso evangelico del termine. Ma oggi purtroppo, complice l'ansia identitaria che corre anche dentro la Chiesa, il cristianesimo è molto più una dimensione storico-culturale che l'aspirazione a trasformare se stessi secondo gli insegnamenti di Gesù. Il Vangelo è troppo scomodo, troppo esigente. Meglio il catechismo, naturalmente quello orecchiato nell'infanzia, quello delle formulette che non hanno nulla a che fare con la vita; e vada anche per qualche precetto che, se si sgarra, c'è sempre la confessione. Meglio ancora una bella e gloriosa tradizione, con riti esteticamente gratificanti e abitudini di pensiero solide e rassicuranti, così culturalmente addomesticata da non mantenere quasi più traccia della potenza originaria, svuotata del fuoco evangelico e orpellata da secolari sedimenti umani che acquietano e soddisfano l'animo, invece di bruciare e incalzare l'anima («Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini»: Mt 15, 6-9). Così possono nascere degli ossimori ridicoli, come quello della Lega che difenderebbe le radici cristiane (ben ha risposto il cardinale Tettamanzi: “Le radici sono importanti, ma l'albero si riconosce dai frutti”). O degli ossimori spaventosi, come questo dello sterminatore norvegese che si autoproclama cristiano. Classifichiamola pure una farneticazione, è facile quando il colore è così netto e inequivocabile. Ma la proclamazione dell'identità, così amata da molti cristiani di oggi, incoraggiata dalla Chiesa istituzionale (...), nasce quasi sempre dalla paura e dall'insicurezza, altrimenti non verrebbe nemmeno in mente di doverla affermare. Nel migliore dei casi produce la logica del “Lei non sa chi sono io!”. Nel peggiore, l'esclusione o addirittura la guerra nei confronti di chi si ha paura possa metterla in discussione. Senza contare l'estremo rischio. Precipitarsi al banchetto di nozze dove davamo per scontato d'essere invitati, tutti agghindati di cultura identitaria, per poi sentirci apostrofare a bruciapelo dal padrone di casa: “Ehi, tu! Come hai avuto il coraggio di entrare, così conciato?” (cfr la parabola degli invitati alle nozze, Mt 22,2-12).

in “A latere...” (http://alatere.myblog.it) del 28 luglio 2011