Sabina Rossa, il perdono come «gesto di civiltà»

di Tobia Zevi

Una lezione straordinaria, quella impartita da Sabina Rossa, deputata Pd e figlia di Guido, sindacalista ammazzato dalle BR: quando il magistrato di Sorveglianza, giorni fa, ha concesso la libertà condizionale a Vincenzo Gagliardo, tra gli assassini di suo padre, la parlamentare ha commentato semplicemente: «Un gesto di civiltà. Nel nostro paese nessuna pena può essere a vita e io stessa mi sono spesa per il rispetto di questo principio di democrazia». Rossa si è impegnata attivamente perché al terrorista fossero attribuiti i benefici di legge già destinati a tanti ex-brigatisti. Un atteggiamento degno della più grande ammirazione: capita quasi sempre che le vittime, comprensibilmente, provino sentimenti di odio verso chi ha causato la morte della persona cara. (...) Ebbene, qui accade l'opposto: la vittima non si indigna per la scarcerazione dell'omicida di suo padre, non vuole «buttare la chiave», bensì se ne compiace in nome di un principio di civiltà, di democrazia, consapevole che qualunque detenzione non potrà ridarle indietro suo padre (come usa dire con un'espressione poco felice). A questo punto, però, occorre ragionare un attimo da un altro punto di osservazione. Gagliardo, contrariamente alla maggioranza dei suoi ex-compagni, si è sempre rifiutato di pubblicizzare la sua domanda di perdono alle vittime (indirette): non è giusto chiedere perdono, ha spiegato, per ottenere benefici personali; non è corretto strumentalizzare, si potrebbe chiosare, un atto tanto nobile nella duplice veste di chi lo chiede e di chi, eventualmente, lo concede. Mi pare una concezione inappuntabile. Rivolgersi alle proprie vittime, riaprendo ferite passate, allo scopo dichiarato di uscire di galera non è del tutto limpido. Forse si tratta di una questione terminologica. Nel libro «Il girasole» Simon Wiesenthal, il «cacciatore» di nazisti, raccontava di essere stato avvicinato, ebreo prigioniero, da un tedesco morente che implorò il suo perdono per l'omicidio di decine di ebrei. Il giovane Wiesenthal rifiutò, ma si interrogò tutta la vita sulla propria scelta, coinvolgendo nella riflessione decine di pensatori di tutte le estrazioni culturali e religiose. Nella maggioranza delle opinioni, spesso molto distanti, emerge un consenso verso la decisione del giovane ebreo, poiché solo chi ha subito direttamente il torto è titolato a concedere il perdono. Nessun altro, anche se membro dello stesso popolo. Il perdono attiene alla dimensione privata e non a quella pubblica, di cui fa parte il diritto. E questo ci conduce all'ultima questione. La vicenda di Gagliardo mostra alcune evidenti contraddizioni nell'esercizio della giustizia. Innanzitutto l'ex-brigatista punta il dito contro la palese burocratizzazione della domanda di perdono. (...) Per questo la pubblica opinione è alla ricerca di nuovi (o vecchi) ancoraggi ideali a cui appigliarsi. Ecco che la certezza del diritto, la pena che rieduca, il giusto processo non appaiono più sufficienti. Ci vuole un'altra dimensione, quella