A don Aniello che se n'è andato

di Fabio Colagrande

I sacerdoti che affrontano a testa alta la malavita sono eroi. Ma anche quelli che provano ad animare queste dormienti comunità parrocchiali metropolitane lo sono altrettanto

Conosco don Aniello Manganiello da qualche anno. Me ne parlò un giorno una collega che l'aveva conosciuto in occasione della visita pastorale di Benedetto XVI a Napoli, nell'ottobre 2007. Mi colpì, come accade a tutti, quel nome allitterante impossibile da dimenticare. Ma subito, la prima volta che lo intervistai per la Radio Vaticana, scoprii un sacerdote intelligente dal parlare semplice, schietto, diretto. Dal 1994 al 2010 don Aniello è stato parroco di Santa Maria della Provvidenza nel rione Don Guanella a Scampia, la periferia Nord di Napoli. Prete scomodo, più volte minacciato dai boss, era per noi un testimone unico di una situazione sociale estrema e allo stesso tempo del servizio pastorale coraggioso e testardo, che lui, come altri preti nel Sud Italia, svolgono in una zona dove non ci sono infiltrazioni mafiose, ma la mafia regna incontrastata. Tra l'altro, in questo caso, amministrando un traffico di droga tra i più redditizi della penisola. Un altro prete di Napoli mi disse un giorno: "Voi da Roma ci chiedete se qui c'è la camorra. Ma noi non la vediamo. Perché qui tutto è camorra. Ci siamo dentro, ed è difficile vedere una cosa quando ci stai dentro". Mi è sempre sembrata un'ottima definizione della realtà che affrontano molti sacerdoti in Calabria, Campania, Sicilia, come in altre regioni. Non preti-anti mafia, ma pastori che non cedono ai compromessi per annunciare il Vangelo e predicare la giustizia e la legalità. Oggi però don Aniello a Napoli non ci sta più. Dopo 16 anni è stato rispedito dai suoi superiori a Roma, nel quartiere Trionfale, da dove era partito. La scelta, un po' come avvenne anni fa per lo spostamento da Locri a Campobasso del vescovo Giancarlo Bregantini, è sembrata a molti un contro senso. Don Aniello, infatti, con audacia e incoscienza, ha sottratto molti giovani della periferia napoletana a una carriera a dir poco disonesta. Nel luglio scorso la gente della sua parrocchia è scesa perciò in piazza a protestare e il suo spostamento è sembrato ad alcuni un favore delle gerarchie ecclesiastiche alla mafia. Lo scrive lo stesso Manganiello nel libro "Gesù è più forte della camorra. I mie 16 anni a Scampia fra lotta e misericordia" appena pubblicato da Mondadori.

In questi casi è giusto sottolineare che i preti sono chiamati all'obbedienza, che nessuno è insostituibile, il protagonismo non è mai un buon modo di servire e che, dopo tutto, le vie del Signore sono infinite. Certo, profonde perplessità su certe scelte della Chiesa restano. Ma al di là di questi legittimi dubbi, colpisce negativamente un'intervista rilasciata dallo stesso don Aniello al settimanale Sette del Corriere della Sera, in occasione della pubblicazione del libro, scritto a quattro mani con il giornalista Andrea Manzi. In quelle righe l'ex-parroco di Scampia rivela che lui a Roma, una volta tornato, non ci è voluto restare. Si è preso un anno sabbatico ed è tornato nel suo paese natale a Faibano, provincia di Napoli, in attesa di essere assegnato di nuovo a un "progetto fortemente sbilanciato nel sociale". "Cosa ci faccio io in un quartiere di ben pensanti borghesi?" dice don Aniello in quell'articolo. Ora, visto che quel quartiere è quello dove vivo io, qui a Roma, vorrei dirgli che ci sono rimasto malissimo. Oddio, so bene di essere un benpensante, ma speravo davvero che con il suo arrivo nascessero nella mia parrocchia nuove attività pastorali, coraggiose e coinvolgenti. Sarà pure una zona "fredda, residenziale e imborghesita", come dice lui, ma ci sono immigrati, ci sono giovani, famiglie in difficoltà economica. Da un prete creativo come lui mi aspettavo perciò un nuovo slancio, e invece don Aniello se ne è andato. Certo, i sacerdoti che affrontano a testa alta la malavita sono veri eroi, ma anche i preti che cercano di animare queste vecchie e dormienti, indifferenti, comunità parrocchiali metropolitane, forse davvero piene di benpensanti e ipocriti, lo sono altrettanto. (...)