Oggi, mentre lavavo la macchina, in Congo 5 donne sono state violentate

di Michele Farina

Perché oggi sono andato a far lavare la macchina anziché partire per il Congo? Perché non ho chiesto al mio capo di mandarmi nel Nord Kivu? Evidentemente questi numeri non mi fanno abbastanza impressione: 400mila donne violentate in un anno, una media di 48 all'ora, quasi una al minuto. (...)  Accade ogni giorno, ogni minuto nella remotissima Repubblica Democratica del Congo (Rdc), nella parte orientale del Paese da anni teatro di una guerra irregolare affollata di eserciti e milizie più o meno legate a Paesi vicini (Ruanda), conflitti etnici (non solo hutu e tutsi) e battaglie per il controllo delle risorse naturali. Questo paradiso sta tra il Nord Kivu e il Sud Kivu, regione dei Grandi Laghi.

L'Onu è presente con una forza di peacekeeping (Monuc) che chiaramente non basta (quando non è coinvolta in qualche scandalo). L'ultimo studio dell'American Journal of Public Health diffuso ieri alza di molto le stime delle Nazioni Unite che parlavano di 16 mila casi di violenza sessuale all'anno. Perché tanta differenza? Mentre l'Onu si basava sui rapporti della polizia, l'aggiornamento si fonda sui dati delle strutture sanitarie (dove ci sono). Nell'Est Congo una donna può dover camminare cento chilometri prima di trovare un centro di assistenza. E malgrado la frequenza degli abusi, lo stigma nei confronti di chi ne è stato oggetto è ancora fortissimo: se al mercato del matrimonio una donna vale una dote di 22 capre, una ragazza stuprata ne vale 2. Violenza, vergogna, isolamento sociale. E internazionale (oltre che mio personale). Quattrocentomila donne violentate dai 15 ai 49 anni, anche se non c'è limite di età. L'Economist ha raccontato che l'Harvard Humanitarian Initiative ha preso in esame un gruppo di vittime all'ospedale Panzi di Bukavu. Età? Dai 3 agli 80 anni. Single, sposate, vedove, di tutte le etnie. Violentate a casa o nella foresta, davanti ai mariti, il 60% sottoposte a violenza collettiva. Casi di figli costretti ad abusare delle madri sotto la minaccia delle armi. Da sempre la violenza contro le donne si accompagna alle guerre degli uomini. Dal Sacco di Roma raccontato da Sant'Agostino ai crimini dei soldati giapponesi a Nankino fino alla Bosnia, dove i serbi avevano organizzato “rape camps” per mettere incinta le donne musulmane. Una forma di pulizia etnica attraverso le nascite. Oggi il Congo ha il posto di capitale mondiale degli abusi sessuali. Anche il linguaggio degli operatori umanitari non ha eguali (come ci ricorda Nicholas Kristof del New York Times): si dice “re-rape” perché succede spesso di essere violentate più volte. Si parla di “auto-cannibalismo” perché le bande armate mutilano le vittime costringendole a cibarsi della loro stessa carne. L'ultimo censimento dà un'immagine ancora più spaventosa di una tragedia che essendo cronica viene spesso data per scontata e quindi dimenticata. Nell'Est Congo sono morte negli ultimi anni 6 milioni di persone. Nel Sud Kivu le donne sono il 55% della popolazione perché gli uomini sono stati ammazzati. Così è in Congo, Stato fallito dove negli ultimi due anni si sono celebrati solo 45 processi (36 condanne) per violenza sessuale. Trentasei condanne su 400mila casi all'anno. Ci vogliono numeri iperbolici per fare notizia, e forse nemmeno quelli. Ci vogliono paragoni con la nostra realtà: quattrocentomila sono gli abitanti dell'intera provincia di Pisa, o dell'isola di Malta. Eppure io oggi sono andato a lavare la macchina anziché chiedere di andare in Congo a raccogliere testimonianze su questo orrore. Un orrore inascoltato eppure già sentito. “Dov'è la notizia? E' il Congo