Per uno strano contrasto con il linguaggio divenuto spirituale e quasi mistico, nella nostra generazione, più materialistica della precedente, la quale, nonostante l'ostentato sforzo di circoscrivere la propria conoscenza e ricerca al mondo dei sensi, ne era rimasta fuori col cuore più di quanto immaginava, il senso del mistero va affievolendosi in modo preoccupante. Non lo esclude di proposito né lo nega brutalmente; non se ne occupa, non lo sente. I giovani lo fanno capire anche troppo: ogni bene che la mano non raggiunge non è che un sogno. Non v'è differenza tra chi nega apertamente e chi, pur non negando, non si prende neanche il disturbo di vedere se di là del breve spazio della propria sensibile esperienza, la realtà continua. Chi nega brutalmente fa uno sforzo che può anche celare inquietudine o insicurezza, mentre questo placido fermarsi alla prima posta, questo tornar indietro appena raggiunto il limite della propria passeggiata di pensionati, senza provarne pena o curiosità, mi sembra un accettare la prigionia come cosa naturale. Un romantico parlerebbe di ali infrante, di raccorciamento di respiro; io m'accontento di vederci una diminuzione dell'uomo, un distacco dalla realtà, una minore partecipazione alla vita, che è universalità.
Quando si tratta del mio essere o del mio valore umano o della mia vita, non mi domando se una cosa è possibile e, nel caso nostro, se il raggiungimento del mistero attraverso la mia intelligenza o la mia cordialità, è possibile. Sento di poter osare, di dover osare, prima ancora di sapere se vi riuscirò. Non è giusto che m'impoverisca, tagliandomi fuori dalla realtà col pretesto di star meglio.
Non son quaggiù per star bene, ma per crescere e divenire uomo. E se altri, con la scusa di darmi agi e tranquillità, mi rinchiude nella stretta prigione dei sensi e m'impedisce di pensare che c'è spazio oltre il mio passo breve, orizzonti oltre il mio sguardo, che la vita continua anche quando qualche cosa di mio si dissolve, che ci sto a fare quaggiù così addomesticato, anche se l'addomesticamento mi viene lautamente pagato? Che povera moneta di cambio!
Quando si tratta del mio essere o del mio valore umano o della mia vita, non mi domando se una cosa è possibile e, nel caso nostro, se il raggiungimento del mistero attraverso la mia intelligenza o la mia cordialità, è possibile. Sento di poter osare, di dover osare, prima ancora di sapere se vi riuscirò. Non è giusto che m'impoverisca, tagliandomi fuori dalla realtà col pretesto di star meglio.
Non son quaggiù per star bene, ma per crescere e divenire uomo. E se altri, con la scusa di darmi agi e tranquillità, mi rinchiude nella stretta prigione dei sensi e m'impedisce di pensare che c'è spazio oltre il mio passo breve, orizzonti oltre il mio sguardo, che la vita continua anche quando qualche cosa di mio si dissolve, che ci sto a fare quaggiù così addomesticato, anche se l'addomesticamento mi viene lautamente pagato? Che povera moneta di cambio!
don Primo Mazzolari, Dietro la croce (1942), 23-24