Flaubert e la «vita buona» del Vangelo

di Gerolamo Fazzini

Da genitore ripenso a un suo brano sul «contatto col grande». E mi chiedo se tante difficoltà nell'educare non nascano proprio dall'aver abbassato troppo l'asticella

Si dibatte molto in queste settimane (...) sul tema della "severità" nell'educazione che i genitori devono o no impartire ai figli. Lo spunto è un articolo uscito negli Stati Uniti, "Il ruggito della mamma tigre", scritto da una docente di origine cinese ma da anni trapiantata negli Usa, che ha educato le figlie secondo il "modello cinese", un misto di rigore, autorità/autoritarismo e affetto. (...)

Un brano bellissimo che trovo in "Scritti cristiani" di Mario Pomilio (Rusconi 1979...). Scrive l'autore del "Quinto evangelio" in una lettera alla figlia che si accinge agli esami di maturità: «Vedi, io non so nulla di pedagogia. O meglio, tutta la mia pedagogia si riduce a poche righe, che lessi una volta nell'epistolario di Flaubert e non ho più dimenticate. Riguardano un villaggio di marinai sull'Atlantico dove Flaubert si era recato in visita: "Un brav'uomo di quassù, che è stato sindaco per quarant'anni, mi diceva che in quel lasso di tempo non aveva visto che due condanne per furto nella popolazione, cioè su più di tremila abitanti. Mi pare lampante: i marinai sono d'una pasta diversa... Per che ragione? Credo la si debba attribuire al contatto col grande... (...) L'ideale è come il sole, assorbe tutte le lordure della terra. Si è qualcosa soltanto in virtù dell'elemento che si respira... Credo che se si guardassero sempre i cieli si finirebbe con l'aver le ali"».

(...) Oggi che sono papà e il compito educativo mi tocca in maniera più stringente, di tanto in tanto ripenso a quel «contatto col grande» come chiave della proposta educativa che io e mia moglie cerchiamo di condurre. Faticosamente, come tutti. A me, a noi pare che la sfida educativa di oggi consista proprio in questo: nell'educare al "contatto con il grande", affascinare i ragazzi e i giovani alla "vita buona del Vangelo" con proposte coraggiose, ancorché graduali e misurate all'età dei figli.

Mi domando però se, come Chiesa, condividiamo davvero questo obiettivo. (...) A volte, nel vissuto ecclesiale, mi pare serpeggi uno spirito rinunciatario, che teorizza la necessità di proposte "deboli" ai ragazzi, perché - si dice - "altrimenti non ti seguono". A furia di annacquarla, però, la proposta rischia talora di diventare insapore; abbassando troppo l'asticella, si salta... rasoterra! (...)

"Volare alto" costa. Non solo ai ragazzi, ma anche agli educatori. È molto più facile per i genitori cavarsela con un giro da Spizzico o una partita al videogame di moda piuttosto che sottoporre ai figli altre proposte, più valide e impegnative. "Volare alto" implica mettersi in gioco, rischiare con. È il prezzo della credibilità. Del resto, immagino di non essere l'unico convinto che, se facciamo così fatica a proporre la vita buona del Vangelo, è perché i primi a non trasmetterne adeguatamente il fascino siamo proprio noi educatori.