Le religiose non sono abbastanza riconosciute

di Monique Hébrard

In questi ultimi giorni molte donne hanno detto sul sito della CCBF (Conférence catholique des Baptisé(e)s de France) o su quello del Comité de la jupe quanto si sentano escluse dalla Chiesa quando vedono salire verso l'altare unicamente degli uomini. Non sono necessariamente a favore dell'ordinazione delle donne, ma notano un'involuzione: le donne sono sempre meno ammesse a distribuire la comunione, a fare le letture e sempre più spesso si rifiutano le bambine come chierichette. Mi sono chiesta cosa sentano quelle che un tempo si chiamavano “les bonnes soeurs”, con un pizzico di commiserazione. Non sono loro forse doppiamente penalizzate per il fatto di essere, se così possiamo dire, in una situazione scomoda e delicata? Sono consacrate, ma non sono preti. Canonicamente sono dei laici, ma sono soltanto... donne nubili. Sono quattro volte più numerose dei religiosi ma non hanno l'aureola né del prete né del monaco. Nella Chiesa svolgono molteplici compiti senza averne un riconoscimento. Pensiamo ad esempio a quella giovane religiosa che ha recentemente abbandonato una cappellania per i giovani per il fatto di essere pochissimo considerata dal prete con cui lavorava. Un'altra, sulla quarantina, ammette: “Ne ho sofferto doppiamente. In quanto donne, facciamo le corvée di segreteria, documenti, lavori di precisione, e nelle responsabilità siamo delle “vice”. In quanto religiosa ma senza divisa, non sono particolarmente ben accetta negli ambienti conservatori, e non necessariamente meglio negli ambienti dei gesuiti o dei preti con i quali ho condiviso delle responsabilità. Spesso mi sono sentita vista né come una vera donna, né come un parroco. Non mi sono mai creata il mio “spazio”, data la poca possibilità di parlare, e avendo solo quella di ascoltare. Penso che siamo “dis-realizzate”: o poco considerate o messe su un piedistallo. Ma né l'una né l'altra di queste posizioni favoriscono il lavoro alla pari. La nostra vocazione non è percepita nel coraggioso mondo cattolico”. Questa testimonianza può sembrare eccessiva, ma ha il merito di sottolineare, con un po' di forzatura, l'origine di ciò che molti possono provare.

Eppure, tra le religiose, che forza e che creatività! Recentemente ho avuto diverse occasioni di constatare quanto esse siano importanti nella vita delle comunità ecclesiali e quanto esse annuncino la Buona Novella in maniera forte e innovativa. Sono talmente in ascolto degli uomini e delle donne del nostro tempo che sanno come nessun altro come coniugare la Buona Novella con l'innovazione sociale. È ciò che ha colpito Jérôme Vignon e Elena Lasida, intervenuti entrambi all'ultimo congresso della CORREF (che riunisce i superiori maggiori di 312 congregazioni femminili apostoliche e di 87 congregazioni maschili, nonché gli abati di 41 monasteri). “La relazione è sempre al centro delle loro azioni”, ha sottolineato Elena Lasida. Stessa constatazione nel centinaio di iniziative citate in Ecclesia 2007 a Lourdes. La capacità di creatività delle religiose non è nuova. In ogni tempo, come racconta Elisabeth Dufourcq nel suo libro appassionante Les aventurières de Dieu, le religiose si sono lanciate in avventure che non erano accessibili alle donne della loro epoca. Il XIX secolo, che ha visto fiorire le congregazioni, mostra quanto esse furono per molti un luogo di dignità e di promozione.

Eppure, sono veramente riconosciute nella Chiesa? Siamo lontani da quel Medio Evo, in cui le badesse di Fontevraud avevano un'autorità di vescovo e dirigevano l'abbazia degli uomini! Perché tante carmelitane del XXI secolo sono ancora sotto la direzione dei carmelitani maschi? Perché una benedettina non ha la stessa libertà di un benedettino (di cui si dice talvolta trivialmente che la sigla osb significa “on se balade” [passeggiamo])? Perché i padri abati partecipano alla CORREF mentre le madri badesse no?

Tuttavia ci sono dei progressi! Grazie a Dio ci sono delle religiose che si assumono grandi responsabilità, ben riconosciute. La stessa CORREF, divenuta mista, è un luogo dove religiosi e religiose imparano la co-responsabilità. I gesuiti, durante la loro 34° congregazione generale hanno dichiarato: “Noi gesuiti chiediamo innanzitutto a Dio la grazia della conversione. Abbiamo fatto parte di una tradizione civile ed ecclesiale che ha offeso le donne. Anche senza volerlo, abbiamo partecipato ad una forma di clericalismo che ha rafforzato la dominazione maschile accompagnandola con una sanzione che si pretendeva divina”. Due religiose ed una terziaria domenicana sono state dichiarate dottore della Chiesa, Teresa d'Avila, Caterina da Siena e Teresa di Lisieux.

Per terminare vorrei evocare Mons. Guy Herbulot, che fu il 2° vescovo di Evry. In un recentissimo libro (1) che racconta i suoi anni di episcopato, ricorda che il suo predecessore, Mons. Malbois, fu il primo vescovo di Francia a nominare una religiosa al Consiglio episcopale. Lui stesso ne chiamò una seconda, molto conosciuta nel quartiere: “Mi sembrava importante, scrive, che potessimo sentire la voce delle donne sul campo, in relazione di vicinato e capaci di dire quella che era la vita degli abitanti dell'Essonne nel loro quotidiano, nelle loro speranze e nei loro timori, e anche nelle loro rivolte. Era un potente invito a renderci attenti alle evoluzioni di mentalità, ad ascoltare i problemi, ad incoraggiare, a rendere possibile invenzione e creatività"(p. 77). Allora, voi religiose che visitate il sito del Comité de la jupe e quello della CCBF, diteci come vivete nella Chiesa del 2011 la vostra situazione di donne consacrate.

(1) Guy Herbulot, “Bâtisseurs d'Eglise”, L'histoire à vif, Cerf

in “www.comitedelajupe.fr” del 4 marzo 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)