Paolini: Korogocho, il mio Vajont africano

Nel 2001, assieme ad un gruppo di amici, organizzammo una manifestazione all'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Eravamo in periodo pre-elettorale e cercavamo un modo nostro, fuori dai patrocini degli schieramenti politici, per manifestare il nostro dissenso, gridare il nostro «basta» a tutti i «contro» e condividere la fatica di cercare dei «per» in cui credere. Fu un'auto-convocazione per un 25 aprile di resistenza che chiamammo «Appunti partigiani» e che da allora rinnova i suoi comizi d'amore ogni anno su quello stesso palcoscenico. Sul palco tutti uguali, sette minuti ciascuno, in un passaggio di testimone tra rockstar e artisti di strada, cabarettisti, attori di teatro, musicisti classici e scrittori. Mai da soli, ciascuno accompagnato da qualcun altro, come nella vita dovrebbe essere. Tutti gratis, tutti con il solo scopo di dare significato a quel 25 aprile e, magari, un pochino aiutare il prossimo, quello della Comasina, come quello di Breganze, ma anche di Nairobi, di Korogocho. Decidemmo infatti di devolvere l'intero incasso raccolto con le offerte del pubblico al progetto di padre Alex Zanotelli a Korogocho.

Ci aspettavamo cinquemila persone, ne vennero più di quindicimila, c'era chi già conosceva padre Alex e chi ancora no, ma tutti capirono che una piccola offerta era un atto di giustizia prima ancora che di solidarietà. Fu una giornata lunga, faticosa e meravigliosa, e la raccolta delle offerte fu generosa. Il giorno dopo, chiamammo padre Alex per dirgli cosa avevamo fatto e lui ci disse: «Grazie per aver organizzato l'incontro, grazie di cuore a tutti. Per i soldi che avete destinato a Korogocho