Che c'è di nuovo per l'evangelizzazione?

di Gaston Piétri, prete ad Ajaccio

L'espressione “nuova evangelizzazione”, come viene talvolta utilizzata, fa pensare che sarebbe venuto il tempo di abbandonare gli schemi degli anni post-conciliari per dei progetti più soddisfacenti. La verità invece è che la nostra società ci obbliga ad una presa di coscienza più acuta della vera portata dell'evangelizzazione per il tempo che stiamo vivendo, come hanno fatto al loro tempo Henri Godin e Yvan Daniel, pubblicando, nel 1943, un libretto dal titolo provocatore: Francia, terra di missione? La parola missione, oggi quasi banale, appariva allora per caratterizzare un'urgenza. La “missione” non designava più terre lontane, ma la testimonianza da dare al Vangelo in quei paesi in cui il cristianesimo aveva a suo favore a priori tutti i vantaggi di una lunga storia. Cosa volevano dire quegli autori gettando all'opinione pubblica ecclesiale, come uno slogan polemico, quel “Francia, terra di missione?” Non che ci fosse poca gente alle messe della domenica, che i bambini disertassero il catechismo, che i seminari di spopolassero, che un gran numero di parrocchie non avessero più un parroco residente. Ma che nuove popolazioni, nel contesto dell'industrializzazione, erano venute a stabilirsi nei nostri spazi urbani; che quegli uomini e quelle donne erano accampati ai margini di una Chiesa che funzionava ancora facilmente con la sua organizzazione, il suo linguaggio, i suoi ritmi. Gli autori sapevano per esperienza che all'epoca altri fermenti, diversi dal Vangelo, nascevano in quei gruppi umani, le cui condizioni di vita avrebbero dovuto preoccupare maggiormente i cristiani. Nascevano allora la “Mission de Paris”, la “Mission de France”, che, attraverso i preti stessi, volevano rappresentare una Chiesa che fosse il più vicino possibile a coloro che erano appunto più lontani. Il cardinal Suhard, guardando la sua città dalla collina di Montmartre, parlava di un “muro da abbattere”. Ma si pensava ancora che bisognasse ri-cristianizzare, e quindi rifare, anche se si trattava di farlo in modo diverso, ciò che la scristianizzazione aveva disfatto. “Renderemo nuovamente cristiani i nostri fratelli”, cantavano i più giovani. Ora, ecco che è venuto un tempo in cui evangelizzare non consisterà più nel ri-cristianizzare. Certo, ci sono territori segnati in profondità da secoli di cristianesimo. Ma coloro che li abitano sono tutti “vecchi cristiani”? Siamo mescolati a gruppi sociali, a reti professionali e di amicizia, a persone operanti nell'ambito associativo, per i quali il Vangelo potrebbe essere una vera Notizia, perché non è ancora stato sentito. Ciò che è nuovo, non è tanto l'evangelizzazione, quanto il Messaggio stesso, da parte di coloro che potrebbero riceverlo. Colpisce vedere quanti hanno sentito parlare di Chiesa e poco o niente di Cristo. L'ateismo trionfante ha fatto il suo tempo. Molti ideali mobilitanti sono falliti. La vita talvolta è buona, grazie a Dio, talvolta è deludente o perfino disperante. I modi di vita sono sempre più complessi. Molti punti di riferimento ecclesiali tradizionali si riducono o scompaiono. I sistemi di ripartizione del territorio, in particolare il sistema parrocchiale, sono superati dalla mobilità delle persone, dalla fluidità delle appartenenze, dai nuovi mezzi di comunicazione. Intanto, si profilano interessi spirituali, nel più gran disordine. Come offrire l'occasione, nei nostri incontri, che l'interesse per Cristo sbocci e unisca? È la novità del Vangelo, e solo quella, che può toccare dei compagni di strada in quelle profondità dove nascono le attese. Non sono gli artifici, del genere “marketing” religioso per quanto ben intenzionato, che risveglieranno quell'interesse, dato che è di una scelta di esistenza che stiamo parlando. Non stiamo cercando di fare degli adepti. Stiamo cercando essenzialmente di incontrare gli altri e ad incontrarli in verità. Perché il nostro incontro sia il luogo dell'incontro con un Vangelo che si mette ad interrogare nell'intimo coloro che vi vedevano al massimo una lontana dottrina senza tempo. Passare dal non-interesse all'interrogazione è il primo passo. Forse due condizioni devono essere entrambe presenti. Innanzitutto, amare questa società, indipendentemente dalle sue miserie morali, per poter attestare con i nostri atteggiamenti questa notizia: “Dio ha tanto amato il mondo che ha donato suo Figlio” (Giovanni 3,16). Poi, la necessità per noi di abitare veramente questo mondo, non solo di esserci. Possiamo ancora sentire il grido: “Francia, terra di missione?” e l'appella di Paolo VI nel 1964: “Non si salva il mondo dal di fuori” (Ecclesiam Suam). Le evoluzioni della società ci invitano ad accogliere senza sosta il Vangelo che non ha finito di svelare la sua novità. La novità è solo lì. Smettiamola di essere dei “vecchi cristiani”.


in “La Croix” del 19 marzo 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)