Quanti sacerdoti sono dei ripetitori della «mistica del papa»! È facile accorgersene. Le espressioni sono esatte, ma la verità, invece di essere lo svolgimento logico di altre verità, che ne fanno da sostegno e da guida, è lasciata sola, campata in aria, così da parere più inaccessibile e fuori del comune di quanto non sia. E poiché si avvedono di ciò, senza darsene una chiara ragione, invece di ritornare su se stessi e di richiedersi un nuovo lavoro di rielaborazione interiore della dottrina onde tramutarla in parola viva, la contornano di un alone di retorica, ché non so altrimenti nominare la fiumana di parole o di immagini in uso presso parecchi. Non quindi insincerità o mancanza di vera devozione verso il pontefice, ma insufficienza d'intelletto, o intelletto troppo astratto, a cui si supplisce in qualche modo con le parole, le quali, quando non sono incastonate nella chiarezza dell'idea, confondono e impediscono lo stesso sentimento. È doveroso ricordare che, in quest'ordine, i sentimenti non nascono spontanei e indipendenti dalla conoscenza di altre fondamentali verità. Cristo lo si può anche amare di un amore intuitivo; ma la mia esperienza mi dice che si va dal Cristo al papa. Riconosco e amo il papa perché riconosco e amo Gesù; come riconosco e amo il prossimo per Gesù. Le ragioni storiche hanno un valore di conferma o di controprova: perciò non bisogna appoggiarvisi esageratamente, ma adoperarle con discernimento, non perché si debba avere riguardi alla verità, ma perché essa va fatta e detta con carità. Nell'esposizione di qualsiasi verità bisogna badare che il nostro gusto personale non sopravanzi mai i confini dell'ortodossia. Se il restringere è diminuire la verità, quindi fare opera contro di essa, l'aggiungere dei margini non vuole sempre dire arricchimento di essa. I contorni, benché frutto di lodevole fervore, non sempre si addicono e non sempre giovano all'intelligenza del dogma. Come accanto al comandamento sta il consiglio, senza confondersi con quello, poiché Dio ha fatto diversa la capacità delle anime e la distribuzione delle sue grazie, così, accanto alla definizione scrupolosa dell'autorità spirituale del papa, possiamo spontaneamente aggiungere una sottomissione personale che oltrepassa la sfera ordinaria del dovere, senza pretendere che altri facciano altrettanto e senza credere che quello che noi facciamo possa domandarsi e imporsi come regola comune. (...) Certo linguaggio fervoroso, ma poco prudente, non accresce l'amore verso il papa, né avvicina i dissidenti, i quali possono essere portati più lontano da queste esagerazioni. Per voler bene al papa non è necessario rompere i confini, né dimenticare che egli pure è un uomo. A me pare che una venerazione, la quale tiene fissi gli occhi anche su quello che vi è di umano - e ce n'è tanto nella storia della Chiesa - e non lo veli per falsa devozione quando è indegno, né lo esalti troppo quando è magnifico, sia affetto più virtuoso e virile. Perché esaltarci con considerazioni pseudomistiche per dire: «Santità, sono un vostro figliuolo: parlate. Vi obbedirò come obbedisco a Cristo»? Ritroviamo il tono semplice, filiale, non servile; il tono di chi sente che non tutta la sollecitudine della Chiesa deve gravare su due spalle, ma deve essere presa e portata anche da ognuno dei credenti, pregando e operando nell'obbedienza e nell'unità del papa. Il cerimoniale, giacché c'è, lasciamolo cerimoniale.
don Primo Mazzolari, Lettere al mio parroco, 99-102. L'originale è degli anni '30.
Affetto virtuoso e virile
- Dettagli