La Messa, una festa aperta all'umanità della povera gente

di Giovanni Nicolini

Quando la parabola domenicale (Mt 22,1-14) mi metteva davanti alla vicenda di quell'uomo «che non indossava l'abito nuziale» nella sala delle nozze piena di commensali, m'è venuto in mente il vecchio Luigi: abitava davanti alla chiesa dove per quasi 25 anni ho fatto il prete di campagna. Arrivavo la domenica per la Messa e lui stava tagliando l'erba per i conigli sulla riva del fosso. Mi diceva: «Don Giovanni, adesso mi preparo e arrivo anch'io». E arrivava. Tirato a lucido, con il suo elegantissimo abito blu. Abito di nozze, che ancora gli andava a pennello perché dopo tanti anni non aveva aggiunto una libbra di peso alla sua snellezza giovanile. Su quest'abito nuziale della parabola avevo avuto parecchie telefonate prima di domenica: consolazione per un vecchio parroco, preoccupato di non aver saputo regalare alla sua gente il gusto e la curiosità del Vangelo. Che cosa vuol dire questo abito? Perché lo butta fuori? È poi così grave non avere l'abito delle nozze? Luigi è nato nel 1900: era facile calcolare la sua età. È andato in paradiso negli anni Novanta. Ho chiesto a lui di aiutarmi e di chiedere al Signore qualche luce. Quella parabola è una meraviglia: la Chiesa che si sogna. La Chiesa che dovremmo essere. Una festa nuziale alla quale sono stati invitati quelli che non erano stati invitati. Invitati non invitati, e chiamati all'ultimo momento. Gente stupita di trovarsi nella bellezza di una festa d'amore. C'è di tutto tra quella gente. Andati alla cerca urgente e frettolosa per riempire la sala, i servi hanno raccolto di tutto: «Trovarono cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì». Non era mai stato così! E non vuole esserlo veramente nemmeno adesso: dentro i buoni, ma fuori i cattivi. Qui no. Nella sala del banchetto nuziale del Figlio di Dio con l'umanità, nella Messa dunque, tutti. E neanche buoni e cattivi, ma prima i più numerosi: cattivi e buoni (infatti, dove mai saranno i buoni?). Un nuovo criterio morale per la partecipazione alle nozze. Nozze dove la sposa non è nominata, perché la sposa è tutta questa povera umanità di povera gente. Che bella la parabola di Matteo 22. Solo lui tra gli evangelisti la ricorda così! Un banchetto per i poveri. Un banchetto per i peccatori. Una sorpresa per gente che non era stata invitata. Ma noi sappiamo che allo Sposo la Sposa piace così. Se si continua a selezionare e a prendere solo i buoni, tra un po' basterà una saletta piccola piccola. Ma soprattutto non sarà contento lo Sposo, e nemmeno suo Padre. Ma allora, perché rovinare tutto con la faccenda dell'abito nuziale? Qual è il male del commensale che non aveva l'abito adatto? E che cosa vuol dire questo abito? Eravamo arrivati a domenica mattina con molte domande. E anche sant'Agostino non ci aveva convinto. Lui dice che l'abito nuziale è la carità, e che i buoni sono quelli che hanno la carità. E i cattivi? Dunque, quelli che non hanno la carità sono fuori? E poi, ne è stato trovato uno, ma la sala è piena di cattivi. Alla fine, forse con l'aiuto di Luigi dal cielo, s'è pensato così: forse quel pover'uomo pensava di avere il diritto di stare in quel posto. L'abito delle nozze, che ricorda l'abito battesimale, è invece l'umile consapevolezza di un dono immeritato. Forse l'abito nuziale è la consapevolezza che possiamo far festa anche noi proprio perché siamo stati rivestiti della misericordia divina. E questa misericordia è Gesù. Non è un nostro diritto, né un nostro merito. È solo dono.

in “Jesus” del novembre 2011