«Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello, ed allora verrai a presentare la tua offerta» (Mt 5,20-26).

Il Concilio Vaticano II ci ha offerto una splendida interpretazione pratica di questo passo. Infatti, dovendo presentare la propria «offerta all'altare» (Costituzione sulla Sacra Liturgia), ha sentito il bisogno di «uscir fuori» a riconciliarsi con l'umanità (schema XIII, La Chiesa nel mondo contemporaneo).

«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore... (La Chiesa) si sente realmente solidale con il genere umano e la sua storia» (Gaudium et spes, I). Non è un atto di riconciliazione in piena regola?

La pratica dei sacramenti non può dispensarci dalla fedeltà agli impegni terrestri. Non si arriva a Dio « saltando » il mondo. La religione diventa veramente un «oppio» quando ci dispensa dal mestiere di uomini. Chi, nell'illusione di arrivare a Dio, tradisce la terra, finisce per tradire anche Dio. (...) C'è una sola sicurezza che Dio non ci « volti la faccia » (Tob 4, 7): non voltare la nostra faccia a nessun uomo.

Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 1967, p. 90