Un altro mondo è possibile
di Agnese Moro
Un altro mondo è possibile? Personalmente ho la certezza che un altro mondo ci sia già, anche se non sempre ce ne accorgiamo. Un esempio è la vita di Izzeldin Abuelaish, da lui narrata nel libro «Non odierò». Nato nel campo profughi di Jabalia, a Gaza, nel 1955, primo di nove figli, in una famiglia palestinese fuggita dalle proprie terre dopo la proclamazione dello Stato di Israele, Izzeldin diventa medico; il primo medico palestinese in un ospedale israeliano. Bambino, studia in una scuola delle Nazioni Unite, dove incontra un maestro che gli fa capire come l'istruzione sia la strada per migliorare davvero la propria vita. Lui ci crede. E seguita ad andare a scuola, malgrado la difficoltà della sua vita: prima e dopo la scuola, da quando ha sette anni, fa ogni possibile lavoro (onesto) per aiutare la sua misera famiglia. E' il primogenito ed è logico che debba farlo. Se lo aspettano i suoi genitori, e se lo aspetta anche lui da se stesso. La povertà dei profughi a Gaza è profondissima, e terribili le condizioni igieniche e sanitarie. Il suo primo contatto con gli «altri»: una famiglia israeliana nella cui fattoria lavorerà un'estate. Scoprendo uomini e non mostri. La sua vita è un'epopea. Per le tante circostanze che lo conducono a costruirsi una vita piena e utile, e a specializzarsi in ostetricia e ginecologia in un ospedale israeliano, dove poi resterà a lavorare. Un'epopea anche per la incredibile difficoltà con la quale viene realizzata e vissuta ogni giorno questa vita, in mezzo agli assurdi legacci burocratici dell'una e dell'altra parte, alle improvvise chiusure delle frontiere, alle imprevedibili attese ai check-point, alle ripetute umiliazioni. Molti sono gli aiuti che gli vengono dai suoi colleghi e amici israeliani. Nella sua vita ci sono terribili dolori. La morte improvvisa della moglie e, poco dopo, l'uccisione, da parte dell'esercito israeliano, di tre delle sue figlie, di una delle sue nipoti e il grave ferimento di un'altra delle sue figlie nel bombardamento di Gaza il 16 gennaio 2009. Non c'era alcun motivo o pretesto per colpire la sua casa. E qui, con questo terribile episodio, una vita già di per sé decisamente fuori dell'ordinario, diviene qualcosa di più. Perché Izzeldin Abuelaish, invece di cedere all'odio, rafforza la sua convinzione che i due popoli possano convivere pacificamente, e i suoi sforzi perché ciò avvenga. Solo per farvi vedere come ragiona Izzeldin, ecco un brano del suo libro. «Le mie tre preziose figlie e mia nipote sono morte. La vendetta, una malattia endemica in Medio Oriente, non me le restituirà. E' importante provare rabbia dopo eventi del genere, rabbia che segnala che non accetti quello che è accaduto, che ti incita a fare la differenza. Ma bisogna stare attenti a non cadere nell'odio. Il desiderio di vendetta e di inimicizia servono solo ad allontanare il buon senso, accrescere le sofferenze e prolungare il conflitto. Quel qualcosa di buono che viene fuori da questo male terribile è che insieme potremmo superare le divisioni che ci hanno tenuti separati per sessant'anni. La tragedia della morte delle mie figlie e di mia nipote ha rafforzato la mia idea di come superare le divisioni. Nel profondo di me stesso so che la violenza è futile. È una perdita di tempo, di vite e di risorse, e non fa che generare altra violenza. Non funziona. Perpetua un circolo vizioso. C'è un solo modo per superare le differenze, per vivere insieme, per realizzare gli obiettivi dei due popoli: dobbiamo trovare la luce che ci guidi. Non sto parlando della luce della fede religiosa, ma della luce come simbolo di verità. La luce che ti permette di vedere, di dissipare la nebbia, di trovare la saggezza. Per trovare la luce della verità bisogna parlarsi, ascoltarsi e rispettarsi a vicenda. Invece di sprecare energie odiando, usarle per aprire gli occhi e vedere cosa sta accadendo realmente. Di certo se riusciamo a vedere la verità siamo in grado di vivere fianco a fianco». Il nuovo mondo è già qui.
in “La Stampa” del 30 ottobre 2011
Parlarsi, non odiarsi
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