La crisi come opportunità

Tempo di crisi: economica, finanziaria, politica, e così via. Ma negli ultimi anni si sta parlando comunemente, e sempre più di frequente, della crisi della chiesa, nel suo complesso: in genere limitandosi a leggere in chiave sociologica questo concetto, mentre a ben vedere si tratta di una connotazione fortemente teologica. E senza considerare che la condizione di crisi, per i cristiani, dovrebbe essere una situazione - per dir così - normale. In un testo preparatorio alla conferenza del Consiglio missionario internazionale (IMC) di Tambaram del 1938, il missiologo evangelico olandese Hendrick Kraemer proponeva tale idea nei seguenti termini: "Rigorosamente parlando, si dovrebbe dire che la chiesa si trova costantemente in uno stato di crisi e che il suo più grave limite è che ne è consapevole soltanto di tanto in tanto". Cosa che avviene, proseguiva, a motivo della "tensione permanente fra la (sua) natura essenziale ela sua condizione empirica". Perché allora questo elemento di crisi e di tensione lo percepiamo solodi tanto in tanto? Perché - concludeva Kraemer - la chiesa "ha sempre avuto bisogno dell'insuccesso e della sofferenza manifesti per divenire pienamente cosciente della sua vera natura e missione". Se intende essere fedele alla sua vocazione, essa è chiamata dunque a fungere - come il suo Signore, del resto - da "segno di contraddizione" (Lc 2,34). (...) Da questo punto di vista, la crisi non è allora l'esaurimento delle circostanze favorevoli, ma piuttosto soltanto l'inizio, il punto in cui s'incontrano pericolo e opportunità, in cui il futuro è ancora in bilico e gli eventi possono orientarsi sia in un modo sia nell'altro. Il che è tanto più rilevante poiché spesso, negli ultimi anni, in ambito ecclesiale, è un dato assodato che non si stia vivendo un tempo di profezia; che mancano i maestri che c'erano ai giorni del Vaticano II, e in effetti moltissimi di quei protagonisti non ci sono più. E allora, proprio in un contesto simile, affrontare appieno la crisi può rappresentare un kairòs, un momento propizio alla salvezza: "in mancanza di maestri, - scrive Christiane Singer esaltando il buon uso delle crisi - nella società in cui viviamo, sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci a entrare nell'altra dimensione, nella profondità che dà senso alla vita". La crisi, ci pare, può essere colta come una sorta di rito di passaggio, e svolgere in tal modo un insostituibile ruolo pedagogico: ci fa uscire dal consueto, dal rassicurante e dal ripetitivo, ci obbliga a prendere coscienza della realtà e a uscire dalle illusioni, ci obbliga a una lettura sincera e, se necessario, impietosa di noi stessi e degli aspetti sociali, ecclesiali, economici, etici che ci eravamo dati. Come constata l'amico monaco di Bose Luciano Manicardi, che al tema ha dedicato un libretto prezioso ("Quando i giorni sono cattivi", Aliberti 2010), l'osservazione psicologica ha mostrato a più riprese che la crescita umana suppone rotture e separazioni, e dunque crisi: la crisi è vitale, cioè essenziale per crescere. Anzi, si potrebbe affermare che la prima e più radicale crisi che ogni persona vive è la nascita: "la crisi non è dunque uno spiacevole incidente, ma un necessario momento di passaggio nel divenire di una persona". Da questo punto di vista, l'oggettiva crisi della chiesa andrà ascoltata, accolta; e ci si dovrà lasciare interpellare da essa. Non si tratta di fuggirla odi rimuoverla, bensì di elaborarla. "Se è vero che ogni crisi è una crisi di identità - sostiene Manicardi - allora essa può essere colta e accolta come appello a ripensare se stessi, a ristrutturare i propri equilibri, a situarsi in una fase inedita della propria esistenza. Ma questo vale anche per un organismo comunitario: famiglia, società, chiesa".

Editoriale in “Qol” n. 149 del settembre 2011