Obbligati alla speranza?
di Corinne Pasqua
Dove deporre i propri dispiaceri, in quale luogo di cui nessuno potrebbe sospettare l'esistenza, di cui nessuno potrebbe affliggersi? Dove mettere le proprie tristezze, dove abbandonare ciò che attanaglia il cuore, che attacca quello che abbiamo di più segreto, che alcuni chiamano anima, altri spirito, altri non sanno nominare? Come dissimulare le proprie ombre, improvvisamente tornate dal passato, ombre che si dispiegano come le ali di un uccello che si era troppo presto dimenticato annidato dentro di sé? In quale angolo recondito, in quale giardino segreto, quando sembra imperativo essere il riflesso solo della luce, e sembra urgente solo trasmettere il fuoco contro quei ghiacci che prendono dentro? E se esiste, quel luogo ove deporre le lacrime, bisogna proibirlo? Probabilmente, non si possono evitare questi dilemmi, quando si desidera portare speranza. Perché, per soccorrere colui che grida, per ascoltare il suo lamento, non bisogna forse sospendere il proprio? Quando l'amico comunica i suoi dubbi, lo stato delle sue insonnie, confida la sua ricerca di un riposo che non riesce a trovare, di un rifugio che appare sempre più lontano, non bisogna forse affermare la propria fiducia, pronti a dissimulare i propri tremori, a forzare la propria voce, la propria fede? Di fronte al turbamento, non bisogna forse essere saldi, per quanto fragili ci si senta dentro? Nella notte, quella notte che a miliardi abbiamo in comune senza per questo essere meno soli, non bisogna forse che uno di noi, almeno, venga a rendere percepibile la luce invisibile, a cominciare col suo gesto a ravvivarne l'ardore? La fiducia cieca dischiude quella breccia che non esisteva, che non esisteva ancora; solo la fiducia può farlo, spingendo la porta nel muro, squarciando la montagna, aprendo il mare. La speranza pesa come un fardello, talvolta. Sarebbe più facile liberarsene, sbarazzarsene. La vita se ne troverebbe semplificata, resa alla morte che sta in agguato, al male che si aggira in cerca di preda, sul punto di erodere le nostre convinzioni già pronte a cedere. Tuttavia, mostrare le proprie difficoltà, non negarle, può non essere nefasto né contrario all'intenzione di sostenere, alla vocazione della fede perfino, che nessuna difficoltà indebolisce, contro la quale le difficoltà più grandi sembrano scontrarsi... Quando dire “come te, conosco l'angoscia, come te, non ignoro nulla della desolazione”, quando fare eco a ciò che l'altro confida, può chiamare, sempre come eco, quello che porta, che trasporta al di là. Così, il dubbio non è vergognoso, né vergognosa l'angoscia, e tanto meno quella solitudine: proprio quello che ci isola, lo condividiamo. La paura non impedisce la fiducia, lo sconforto non toglie valore al senso e al cammino; ma lo contrassegnano, anzi lo costituiscono. Ne fa parte il dolore, come anche la gioia. Tutte le emozioni, tutte le esperienze umane. Essere “obbligati alla speranza” non dispensa da quelle ore buie, non ci esenta dalla fatica, dallo scoraggiamento. La speranza è una lotta di ogni giorno, contro la disperazione, contro se stessi. Essere obbligati dalla speranza significa continuare ad andare avanti, a resistere, ad attraversare. Esserne capaci. E testimoniarla, quella formidabile speranza, senza tacere quelle pene che ne mettono alla prova tutta la potenza.
in “www.temoignagechretien.fr” del 21 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)
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