Quella fame che non ci indigna più
di Giorgio Bernardelli
Abbiamo ascoltato gli appelli del Papa. Ci siamo informati attraverso qualche reportage che è riuscito a bucare la cortina di silenzio sui nostri media. Qualche domenica fa, nelle nostre parrocchie, abbiamo anche organizzato la colletta a sostegno delle iniziative messe in atto dalla Caritas per rispondere a questo grande dramma. Ma com'è che di fronte alla carestia del Corno d'Africa ci resta comunque l'impressione di aver fatto ancora troppo poco? Una lunga siccità. Aggravata dalle conseguenze della guerra, che ormai da troppo tempo prostra la Somalia (e ancora ieri il nuovo terribile attentato degli al shaabab - le milizie fondamentaliste islamiche che hanno seminato morte a Mogadiscio - è venuto puntuale a ricordarcelo). L'emergenza alimentare più grave degli ultimi 60 anni - la definisicono nei comunicati stampa. Leggo queste parole e le confronto con il fatto che comunque non ci scuotono. Sì, d'accordo, mettiamo ancora la mano al portafogli, sosteniamo il progetto, ma non ci scandalizziamo più. Mi ha colpito qualche giorno fa un'intervista pubblicata dal Corriere della Sera: Bernard Kouchner, il fondatore di Medici senza frontiere, denunciava appunto l'«apatia dell'Occidente» di fronte alla fame nel Corno d'Africa. Giustissimo. Peccato che il Corriere stesso in questa denuncia ci abbia creduto così tanto da relegarla a pagina 19 e senza nemmeno un piccolo richiamo in prima pagina... Ecco ciò che ci manca davvero: la disponibilità a indignarci per le ingiustizie lontane, oltre a quelle vicine. Ammesso poi che nel mondo di oggi siano realmente così lontane. Forse anche nella Chiesa abbiamo professionalizzato un po' troppo questo tipo di discorsi. Abbiamo elaborato i nostri «protocolli»: quando scoppia un'emergenza la Cei stanzia una somma dall'otto per mille, la Caritas avvia la raccolta, Avvenire pubblica i numeri di conto corrente, in una domenica in parrocchia si dà visibilità a tutto questo. Tutto giusto e indispensabile, ovviamente. Ma il punto è: possiamo davvero fermarci qui? Così mi viene anche in mente che oggi è il 5 ottobre. Vale a dire l'anniversario della morte di Annalena Tonelli, uccisa otto anni fa a Borama, tra quelle stesse popolazioni somale a cui lei ha dedicato oltre trent'anni della sua vita e che oggi sono tra quelle che nuovamente soffrono a causa della carestia. Annalena Tonelli in Africa non ci era arrivata per caso. Alla scelta di spendere la sua vita senza riserve per amore di Dio e dei più poveri, ci era arrivata perché prima, nella sua Forlì, non era rimasta indifferente allo scandalo della fame. Lei - giovane universitaria della Fuci - negli anni Sessanta aveva promosso la nascita del "Comitato per la lotta contro la fame nel mondo". In una città di provincia un gruppo di giovani aveva scelto un nome quanto mai impegnativo per la propria associazione.Perché - appunto - la fame di tanti fratelli era qualcosa di intollerabile, contro cui non bastava dare il nostro superfluo: bisognava anche lottare ed essere disposti a giocare la propria vita. Proviamo, allora, a guardarlo di nuovo con gli occhi di Annalena questo dramma del Corno d'Africa. Proviamo a riflettere su quanto il mondo sia sparito dalle nostre comunità cristiane. Su quante volte abbiamo sentito dire (o forse l'abbiamo detto anche noi stessi) che "non serve andare lontano, perché c'è tanto bisogno di essere missionari anche qui". Come se davvero fossero due strade alternative. Perché non vogliamo capire che è proprio rinunciando ad abbracciare il mondo intero che siamo diventati così incapaci di testimoniare il Vangelo anche all'angolo della strada? "Avevo fame e non mi avete dato da mangiare". E' una di quelle parole di Gesù che non hanno bisogno di grandi commenti esegetici. Forse è proprio per questo che facciamo sempre così fatica ad accettare che sia rivolta anche a noi.
Il mondo... e noi
- Dettagli