Sempre necessario rinnovamento della Chiesa
di Christian Albini
Con il motu proprio Porta fidei, Benedetto XVI ha indetto l'anno della fede che avrà inizio l'11 ottobre 2012. Il riferimento al Concilio è centrale (...): «Ho ritenuto che far iniziare l'Anno della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II possa essere un'occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo II, "non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa... Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX (Novo millennio ineunte, 57): in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre". Io pure intendo ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di Pietro: "se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa" (22 dicembre 2005)». Ribadire il valore dei testi conciliari significa non fare marcia indietro (...) su quegli aspetti che hanno portato a una più approfondita comprensione della fede cattolica, come la riforma liturgica, la Chiesa come popolo di Dio, la possibilità per tutti gli uomini (atei o diversamente credenti) di essere associati al ministero pasquale, l'apporto che viene alla Chiesa dall'evoluzione e dalla storia del genere umano, l'ecumenismo, il riconoscimento degli elementi di verità e santità nelle altre religioni... Ho citato apposta alcuni pronunciamenti conciliari che qualcuno ritiene, invece, contrari alla fede. Ma quale fede? La Tradizione della Chiesa trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata dal Signore e dallo Spirito agli apostoli (Dei Verbum, 9), e il magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso. La Chiesa ascolta, custodisce ed espone la Parola la quale costituisce l'unico deposito della fede da cui attingere tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio (Dei Verbum, 10). Il dogma sta sotto la Parola di Dio. È vero nella misura in cui la esprime. Ecco perché, secondo Dei Verbum 8, la tradizione di origine apostolica non è una realtà immobile e stagnante, ma progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: «cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Luca 2,19 e 51), sia con l'intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità». Nell'intima costituzione della fede cristiana, e perciò della Chiesa, vi è un'esigenza continua di rinnovamento. È l'esigenza di ricercare una sempre maggiore fedeltà all'Evangelo e di chiarirne le forme storiche. Mi sembra si possa così esprimere il senso dell'appello di Benedetto XVI a un'«ermeneutica della riforma» nella recezione del Vaticano II. Per intendersi su tale affermazione bisogna uscire dall'uso strumentale, fatto da certi ambienti cattolici, della dicotomia discontinuità/riforma utilizzata dal papa. L'aver respinto un principio di discontinuità e di rottura è stato letto come un'apologia dell'immobilità e della fissità, negazione di qualsiasi novum. Letture del genere hanno dimenticato il termine usato dal papa: «riforma», la quale è continuità con le radici, con l'evento originario, non mancanza di qualsiasi novità. In questo senso, il documento della Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana (2001), al n. 10 specifica che la tradizione «è indispensabile per rendere viva la Scrittura e attualizzarla» e che il Concilio ha respinto «l'idea di una tradizione completamente indipendente dalla Scrittura». Ancora più diretta è la Commissione Teologica Internazionale, nel documento L'interpretazione dei dogmi (1989) dove si legge che, nel processo storico della tradizione, «la Chiesa non aggiunge nulla di nuovo [non nova] al vangelo, ma annuncia la novità di Cristo in maniera ogni volta nuova [noviter]». Ecco perché il papa parla di un processo di novità nella continuità, dove quest'ultima non può che essere adesione alla Parola, legame vitale con essa. Cos'altro è la Tradizione, se non riforma che trae linfa da questo legame? Il pontefice fa consistere la natura della vera riforma in un «insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi», dove identifica l'aspetto duraturo con i principi e il mutamento con le forme concrete della loro applicazione che dipendono dalle situazioni storiche. Quando si parla di principi immutabili, si apre il problema della loro individuazione, ma è certa la loro necessaria coerenza con la buona notizia della salvezza. Ed è qui che si gioca la partita della riforma della Chiesa: nell'abbandono di alcune forme storiche in favore di altre per raggiungere una più profonda fedeltà al Vangelo. Si tratta inoltre di comprendere meglio le verità di fede ed esprimerle in modo nuovo, secondo le esigenze del tempo.
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