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I diversi significati dell'indegnità eucaristica

Questo modo di esprimere la degnità o l'indegnità non è molto lontano dalla nostra esperienza: ricordo che una volta, durante una grandissima celebrazione liturgica in un monastero del monte Athos, si accostò alla comunione, con mia sorpresa, soltanto un eremita che stava tutta la settimana solo sulla montagna a pregare. E in alcuni nostri paesi ci sono ancora persone che, non ritenendosi degne, si accostano all'eucaristia una sola volta all'anno: è la tradizione degli anziani, soprattutto uomini ed è probabilmente la conseguenza di un certo modo di intendere l'indegnità dell'uomo rispetto all'eucaristia. Sappiamo, d'altra parte, che oggi nelle nostre comunità la situazione si è praticamente capovolta perché sono moltissimi coloro che fanno la comunione senza essersi confessati. Dobbiamo allora dire che nella chiesa si verificano oscillazioni, modi svariati di intendere la degnità e l'indegnità: il problema, profondamente radicato nel cuore della comunità cristiana, si esprime in esperienze molteplici che danno poi luogo a forme sociologiche diverse.

S. Paolo pone con grande crudezza la serietà del problema sottolineando che l'eucaristia non è un gesto cultuale che va da sé. È la prima riflessione che possiamo fare: l'eucaristia non si offre indifferentemente a chiunque.

Ci sono stati dei secoli che hanno posto l'accento sulla indegnità cultuale propriamente detta, addirittura su forme di impurità fisica che impedivano di accedere all'eucaristia. Oggi, giustamente, noi sottolineiamo di più il tema della indegnità morale, che tocca il fondo della coscienza e siamo soliti definirla come «peccati» che gravano su di noi e dai quali dobbiamo purificarci. In questo modo interpretiamo, quasi istintivamente, il testo di Paolo: quando ci sono divisioni nella comunità non si è degni di fare eucaristia. Viene subito alla mente l'ammonizione evangelica: «Quando presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, deponi la tua offerta davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello» (Mt 5,23-24).

Un altro accento che istintivamente cogliamo nel brano, è, soprattutto oggi, la divisione stigmatizzata tra ricchi e poveri, ubriachi e affamati, che rende indegni di ricevere il corpo del Signore.

E c'è pure l'indicazione del non sapersi aspettare, del non sapersi accogliere. Anche questa è una colpa.

Noi, quindi, alla domanda in che cosa consiste questa indegnità rispondiamo che è un'indegnità morale, un comportamento contrastante con il significato dell'eucaristia che è comunione, amore, unità. L'indegnità è, in concreto, divisione nella comunità, divisione tra ricchi e poveri, contrasti anche esteriori, tutti segni che la comunità non ha come centro l'eucaristia, ma che ne fa pretesto per altre cose.



L'indegnità radicale è l'autosufficienza

Vorrei porre tuttavia un'ulteriore domanda: se si tratta solo di questo, perché l'apostolo non dice queste cose? Evidentemente le suppone, però la sua insistenza è un'altra: esaminatevi, giudicatevi, chi non si esamina e non si giudica si accosta indegnamente.

In realtà, la risposta che Paolo dà non è quella che noi abbiamo presupposto dal contesto: chi si accosta con cuore diviso non è degno. Dice piuttosto: non è degno chi non si giudica, chi non si esamina.

È degno, solo chi prova se stesso, chi esamina se stesso.

Il testo, ritornando continuamente su questo concetto, ci fa sottolineare l'aspetto che, a prima vista, forse troppo concentrati sul contesto generale, non riusciamo a cogliere: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso... perché se no mangia la propria condanna... Se però ci esaminassimo... non saremmo giudicati». La prima indegnità radicale è quella di non giudicarsi, di non discernere; potremmo dire, con parole che sembrano insufficienti, ma che hanno un significato molto grave, è la disattenzione, la superficialità da cui discende un modo ovvio, evidente di prendere tutto così come viene, quasi fosse dovuto. E' il senso di autosufficienza.

È l'autosufficienza che caratterizza alcuni della comunità di Corinto, che mangiavano e bevevano allegramente perché il dono eucaristico era per loro qualcosa di logico, di dovuto, qualcosa che uno si aspetta e su cui non discute. Il peccato fondamentale che va combattuto, perché distruttivo dell'eucaristia, perché è come un tarlo che rode lo stile eucaristico della comunità, è la pretesa di ovvietà. Ed è la stessa che abbiamo rispetto alla parola di Dio, Parola che già crediamo di sapere, di conoscere, di aver sentito tante volte.



L'atteggiamento eucaristico

L'atteggiamento che Paolo chiede, dunque, è quello di giudicarci e, paradossalmente, di ritenerci indegni: la vera indegnità è di ritenersi degni, di ridurre il dono a dovuto, la grazia a debito, l'amore a calcolo. Quando noi giungiamo a questo, ci accorgiamo che siamo lontanissimi dall'atteggiamento eucaristico che dovrebbe avere l'uomo. Quello, per esempio, di Elisabetta: «Chi sono io perché la madre del mio Signore venga a me?». Quello di Maria che si «turbò» alle parole dell'angelo, perché non le erano dovute. Quello del centurione - che la chiesa ci ricorda ogni volta che riceviamo la comunione -: «Signore, io non sono degno che tu venga nella mia casa»; il centurione era stato lodato dai farisei, era un notabile che aveva fatto grandi beneficenze, che poteva ritenersi «degno», eppure afferma di non esserlo. L'atteggiamento eucaristico è quello di Isaia: «Ohimè, uomo dalle labbra impure io sono e sto vedendo la Gloria del Dio vivente». È l'atteggiamento di Giovanni il Battista: «Non sono degno di sciogliere il legame dei suoi sandali»; è quello del pubblicano: «Signore, abbi pietà di me peccatore».

L'indegnità eucaristica, invece, è espressa chiaramente dal fariseo: «Ti ringrazio, Signore, che non sono come gli altri uomini: adulteri, ladri...», ti ringrazio perché sono a posto, sono tranquillo con la mia coscienza e, perciò, ho diritto al tuo dono.

Mi permetto di citare qui ancora una frase del pastore protestante nella sua riflessione ecumenica sull'eucaristia: «Mangia e beve indegnamente colui che si avvicina alla mensa del Signore senza essere affamato e assetato del perdono di Cristo; mangia e beve indegnamente colui che non riconosce come intorno a questa mensa si forma e si aduna il popolo nuovo di Cristo; mangia e beve indegnamente colui che, sicuro della propria degnità, si crede abbastanza in regola con Dio e con gli uomini da potersi avvicinare a quella mensa. È una sorta di paradosso, un rovesciamento del comune modo di pensare».

La presunzione di credersi degni dell'eucaristia apre la porta ad una sufficienza che rende l'eucaristia poco efficace, perché non la si vede più come dono incredibile, infinitamente grande e immenso di Dio di fronte al quale dobbiamo sempre cadere in riconoscente adorazione.

Carlo Maria Martini, Meditazione al clero piemontese, Basilica di s. Ambrogio, 18 maggio 1983