Pasqua, bisogna credere l'incredibile
di Enzo Bianchi - Pasqua 2011
Oggi i cristiani di tutte le confessioni celebrano il mistero fondante la loro fede: la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Per una rara coincidenza di calendario lo celebrano nello stesso giorno, ma non «insieme», perché lo scandalo della divisione tra i cristiani continua a offuscare la luminosità della loro testimonianza. Ma questa celebrazione concomitante dà maggior visibilità al segno di speranza che essa rappresenta soprattutto per i cristiani più provati nel vivere la fede: è balsamo per le loro sofferenze. Pensiamo alle minuscole comunità cristiane in Libia, all'esigua minoranza pakistana ferita dall'assassinio del ministro cattolico che la difendeva, alle ostilità che patiscono molte comunità in Cina e in Vietnam, alle violenze sociali che non risparmiano i cristiani in Costa d'Avorio e in Nigeria, o ancora ai discepoli di Cristo in Iraq, minacciati e tentati all'esilio, o a quei pochi presenti in Giappone, accanto ai loro concittadini provati da morte e distruzione. Ma ci sono anche comunità che trovano nella Pasqua il fondamento di fede alla loro attesa di riscatto umano e sociale, come i cristiani del Sud-Sudan che affrontano l'inedita sfida di costruire da zero uno stato dopo decenni di guerra. Proprio la gioia genuina di quei cristiani che vivono nella prova la loro fede ci aiuta a comprendere come Pasqua resti una celebrazione difficile da assumere come «festa» da chi cristiano non è: con i suoi tragici eventi di passione e di morte, questa memoria è aliena agli schemi mentali più consolidati. Eppure questa è la festa propria della fede cristiana e se questa risurrezione di Cristo non fosse realtà - ricorda san Paolo - allora la fede sarebbe «vana», vuota, incapace di dare consistenza alla vita del credente. Davvero i cristiani si sentirebbero come i più miserabili di tutta l'umanità, degli autoillusi da compiangersi
Festa al modo cristiano
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