Giovanni XXIII annuncia un concilio

di Christine Pedotti

Il 25 gennaio 1959, nella sacrestia della basilica romana di San Paolo Fuori Le Mura, papa Giovanni XXIII, eletto da soli 90 giorni, annuncia ai 17 cardinali romani venuti a celebrare la chiusura della settimana di preghiera per l'unità, la sua intenzione di riunire un concilio ecumenico. La notizia, che è al contempo oggetto di un comunicato stampa da parte del Vaticano, fa istantaneamente il giro del mondo. A Roma, i cardinali restano, nel senso proprio del termine, a bocca aperta. Bisogna dire che le parole di Giovanni XXIII sorprendono davvero. Questo concilio, dice il papa, sarà “un invito amabile e rinnovato ai fedeli delle Chiese separate a partecipare con noi a questo convito di grazia e di fraternità ecumenica.” La novità è enorme. A quell'epoca, la sola unità presa in considerazione era il ritorno all'ovile delle pecore smarrite. E non era affatto pensabile mettersi attorno ad un tavolo con degli scismatici o degli eretici, anche solo per dialogare. Nei mesi che seguono, i cardinali romani non sembrano del resto avere molta premura di mettersi a tavola né di avere un particolare appetito. Eppure, papa Giovanni XXIII continua, di dichiarazione in dichiarazione, a parlare di unità, di ecumenismo, della celebrazione di un concilio come di una nuova Pentecoste che vedrebbe affluire i popoli “di ogni lingua e nazione”. Durante i lunghi mesi del periodo preparatorio al concilio, l'ambiguità resta. Per la teologia romana classica, “ecumenismo” significa stricto sensu “che riguarda tutta la terra abitata” e si oppone a locale o regionale. Occorre attendere che il cardinal Bea, a cui il papa affida il versante ecumenico del concilio, annunci alcune settimane prima dell'apertura che degli osservatori cristiani non cattolici sono invitati dal papa e assisteranno in extenso a tutti i dibattiti affinché la Curia, suo malgrado, constati la volontà di Giovanni XXIII e vi si sottometta. Ma un'altra parola caratterizza il discorso preconciliare del papa, il termine “aggiornamento”. Anche per questo, a lungo non si capisce di che cosa si tratti. Se Giovanni XXIII usa questo termine, è perché la parola “riforma” è diventata quasi tabù nel cattolicesimo, dopo l'inizio della Riforma protestante, più di quattro secoli prima! Un grande teologo francese, il domenicano Yves Congar, sa quello che gli è costato intitolare una delle sue opere “Vera e falsa riforma nella Chiesa”. Per evitare lo stesso rischio, il giovane teologo germanofono Hans Küng modifica il titolo iniziale del libro in cui espone il suo programma per il concilio, togliendone il termine “maledetto” di “riforma” e pubblica Concilio e ritorno all'unità. È vero che tale parola, “aggiornamento”, lascia molte possibilità di interpretazione. Durante il periodo preparatorio, da parte dell'amministrazione romana si finge di credere che si tratti di compilare i testi pubblicati dai papi nel corso dell'ultimo secolo, di ricordarne le grandi linee, di riprecisare i limiti e le regole, di riaffermare fastosamente la giusta dottrina e di ripetere solennemente tutto ciò che, da 100 anni, è stato condannato come “modernismo”. Ad esempio, il cardinale Ottaviani, che dirige il Sant'Uffizio, tenta di far convalidare il testo di una professione di fede “aggiornata” che i Padri conciliari dovrebbero sottoscrivere all'apertura del concilio. Vi si ritrova un condensato del Sillabo, del giuramento antimodernista e delle ultime encicliche di Pio XII che condannano la “nuova teologia” e che è valso l'isolamento a Congar, de Lubac, Chenu... e fanno cadere sospetti su un uomo come Karl Rahner. Per fortuna, la commissione preconciliare non convaliderà l'idea. Da parte sua, Giovanni XXIII non sembra assumere particolari posizioni. Tuttavia, quando gli chiedono che cosa farà il concilio, apre la finestra e commenta: “occorre far entrare un po' d'aria fresca”. Più tardi, battendo la mano sul bracciolo della poltrona dirà: “bisogna scuotere via la vecchia polvere”. E maliziosamente aggiunge: “dell'impero... romano”. Un'altra volta, davanti ad uno suo visitatore misura abbattuto un testo preparatorio sottoposto alla sua lettura: 5 cm di testo, 25 cm di condanna! L'11 ottobre 1962, i 2500 Padri conciliari, vescovi, e superiori di Congregazioni religiose si siedono per la prima volta sulle gradinate che sono state preparate nella navata della Basilica di San Pietro. Il discorso di Giovanni XXIII è molto atteso. Il papa darà un'indicazione per il lavoro del concilio? Del suo lungo discorso, i Padri e la Storia ricorderanno tre passi principali. Innanzitutto, parole severe nei confronti di coloro che chiama “profeti di sventura” che dice di avere accanto quotidianamente: “Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa.”. Più avanti, il papa osserva che è ora che la Chiesa proponga “la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore”. Come dire che i centimetri di condanna possono essere gettati nel cestino della carta straccia. Poi arriva la frase che più spesso sarà usata dai sostenitori dell'aggiornamento secondo Giovanni XXIII. Il papa dichiara: “Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate ”. In queste parole stava il vero ruolino di marcia del concilio, una marcia che sarebbe durata quattro sessioni di dieci settimane di lavoro ciascuna, fino alla chiusura del concilio, l'8 dicembre 1965.

in “www.baptises.fr” del 23 marzo 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)