L'antico rito liturgico romano e quello attuale possono coesistere senza conseguenze?

di Joris Geldhof e Arnaud Join-Lambert, professori di liturgia all'Università cattolica di Lovanio

L'istruzione Universae Ecclesiae del 13 maggio sull'antico rito romano tridentino è stata talvolta accolta come una “pacificazione” in Francia, il solo paese in cui di fatto costituisce un problema pastorale non marginale. I problemi legati alla coesistenza di due forme di uno stesso rito sono risolti? I liturgisti professori di facoltà di lingua francese, tedesca, olandese e italiana hanno tutti rilevato nel 2007 le difficoltà inedite poste dal motu proprio che facilitava l'antico rito. Eppure nessuno di loro è un iconoclasta anticlericale, al contrario. Insistevano sulle conseguenze di una dissociazione tra la lex orandi (la regola della preghiera) e la lex credendi (la regola della fede). La liturgia attuale è l'espressione di una teologia in parte diversa dall'antica. Evidentemente questo non riguarda il cuore della fede cristiana. Tuttavia, le differenze teologiche non sono trascurabili. Per evidenziare le poste in gioco teologiche, cominciamo con le tre contro-verità presenti negli ambienti tradizionalisti. 1) La riforma liturgica sarebbe stata fatta da un gruppetto di intellettuali, andando al di là del mandato affidato da Paolo VI. Qualsiasi studio imparziale stabilisce senza difficoltà la continuità tra il movimento liturgico nato all'inizio del XX secolo, la sua crescita fino al Concilio, ai lavori conciliari e all'attuazione delle decisioni. Nel 1956, Pio XII definiva già il movimento liturgico “passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa”. La riforma decisa nel 1963 non è sorta dal nulla. E la composizione dei libri liturgici attuali è stata un lavoro gigantesco e minuzioso realizzato da molti vescovi e teologi di tutti i continenti. 2) L'attuazione della riforma liturgica sarebbe stata caratterizzata da molteplici errori ed abusi. Non esiste a tutt'oggi alcuno studio scientifico su quel periodo e su quegli abusi. E che cos'è un abuso in questo ambito? Come c'erano molti preti disarmati per mettere in atto questa riforma, così è infondato presentare gli anni 1969-1975 come un vasto periodo di confusione. La crisi sociale a partire dal 1968 ha provocato nella Chiesa un profondo sisma ed una grave crisi di identità. Attribuirne la responsabilità alla riforma liturgica è una semplicistica scorciatoia. Il rinnovamento liturgico è stato e resta fonte di progresso per la vita della grande maggioranza dei cattolici. 3) La restaurazione della forma antica della liturgia sarebbe un adattamento liturgico e nient'altro. Anche se certi non contestano il Vaticano II partecipando a delle celebrazioni secondo l'antico rito, non si possono però trascurare le incidenze teologiche, come se l'arricchimento teologico del Messale attuale fosse negato. Significa dimenticare l'accento posto ad esempio sulla partecipazione attiva e consapevole di tutti, la proclamazione biblica arricchita, l'invocazione dello Spirito Santo nella preghiera eucaristica, ecc. Andiamo ancora più in là con l'antico Rituale romano, anch'esso autorizzato. Ricorrervi equivale a minimizzare, se non a rigettare dei progressi teologici e pastorali. Per il matrimonio, si mantiene un'antropologia medioevale accanto ad una interpretazione moderna delle relazioni uomo-donna nel nuovo rituale. Che dire allora dell'estrema unzione, che torna nella pratica dei tradizionalisti, mentre il Vaticano II l'aveva modificata in unzione degli infermi per allargare la celebrazione ai malati non in situazione di agonia? Molti altri esempi mostrano quanto la riforma sia stata un progetto sistematico e teologico, supportato da un aggiornamento ai bisogni degli uomini e delle donne del nostro tempo. Che fare allora? La cosa più urgente è la formazione dei preti e dei seminaristi. Essere consapevoli di tutte le dimensioni della liturgia è essenziale per acquisire un'autentica ars celebrandi, un'arte di celebrare che sveli la ricchezza delle liturgie. Suggerire che i seminaristi siano formati al rito tridentino, come dice l'istruzione, rientra in un approccio ritualistico, quasi che basterebbe saper fare per fare bene. Invece, bisogna prima “entrare” in un rito, nella sua spiritualità, nella sua teologia, nella sua portata mistagogica. Non sono due forme intercambiabili. Del resto è urgente formare ad una teologia liturgica negli istituti tradizionalisti, sulla base della Costituzione conciliare sulla santa liturgia. Giovanni Paolo II aveva autorizzato nel 1984 la celebrazione con l'antico Messale per motivi unicamente pastorali, permettendo a delle persone di continuare a nutrire la loro fede senza seguire Mons. Lefebvre. L'Istruzione prosegue l'allargamento iniziato nel 2007. È legittimo chiedersi se questo sia veramente opportuno. Incoraggiare una sorta di bi-ritualismo inedito nella storia appare rischioso. Sarebbe irresponsabile non esaminare i problemi teologici legati alla liturgia in tutta la loro complessità.

in “La Croix” del 10 settembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)