«Non fa nulla senza chiedere consiglio»

di Giovanni Salmeri

Nel popolare quartiere romano del Quadraro, la parrocchia di S. Maria del Buon Consiglio porta uno dei rarissimi esempi di raffigurazione del Concilio Vaticano II come immagine sacra. La maggior parte dell'abside è occupata dalla figura della Madonna secondo la tradizionale iconografia, appunto, del Buon Consiglio: con Gesù stretto alla guancia e lo sguardo diretto all'osservatore. In ginocchio e in piccolo, nello stile delle antiche raffigurazioni, vi sono un'anonima famiglia e Paolo VI. La fascia inferiore è invece occupata da Padri, Dottori della Chiesa e Santi, ma il posto centrale è appunto riservato al Concilio Vaticano II: in mezzo Giovanni XXIII tra quattro anonimi Padri conciliari. Una sottile striscia che separa le due zone è occupata da tre versetti biblici: quello esattamente al centro è il versetto del Siracide: Fili, sine consilio nihil facias, «Figlio, non far nulla senza chiedere consiglio». Il saggio séguito: «così poi non ti pentirai».

Questo versetto ha una storia fortunata. Nel Medioevo veniva spesso citato per fondare la necessità del «consiglio»: una pratica che attraversava tutti gli àmbiti sociali (politici, monastici, professionali, ecclesiastici) e che veniva altamente stimata anche a causa, appunto, della inequivocabile raccomandazione biblica. Per molto tempo era abituale che le decisioni del Papa contenessero la formula rituale: de fratrorum nostrorum consilio, «su consiglio dei nostri fratelli»: in questo caso s'intendevano i cardinali o gli altri membri della Curia. La cosa veniva presa così sul serio che capitò che provvedimenti già presi venissero revocati con la motivazione che non vi era stata consultazione. All'epoca della grande scolastica, il «consiglio» venne studiato come uno dei sette doni dello Spirito Santo, quello cioè che permetteva di prendere le giuste decisioni nella propria vita. Una sorta di versione soprannaturale della «prudenza», quindi, della quale (si diceva) hanno bisogno pure gli angeli, che non sono onniscienti. Ma il valore di questo dono veniva argomentato a partire dall'importanza universalmente riconosciuta al chiedere e donare consiglio tra esseri umani. Il «Consigliere ammirabile», come il Messia veniva annunciato da Isaia e cantato la mattina di Natale, era così al vertice di una pratica di consultazione che vincola ogni essere umano.

Che vi siano tante accese discussioni sullo «spirito del Concilio» forse è inevitabile. Ma c'è forse almeno un senso in cui si può essere tutti d'accordo: che il Vaticano II si è posto lungo l'antichissima tradizione del «chiedere consiglio» e lo ha confermato come attitudine ecclesiale. Si tratta di riconoscere che la varietà dei problemi supera di molto la capacità di valutazione di qualsiasi singolo, e quindi di lasciar parlare e ascoltare tutti (com'è scritto nella Regola di Benedetto, talvolta Dio sceglie di parlare attraverso l'ultimo arrivato). Questo è il modo in cui si è formata la grande tradizione della Chiesa, in cui anche le decisioni più nette sono nate sullo sfondo sfumato di tanti consigli chiesti e ricevuti, tante voci ascoltate con pazienza. La precipitazione o l'arroganza possono essere di ogni colore, e dunque sicuramente non c'è nulla di inopportuno nel ricordare a tutti, e anzitutto a se stessi: «Figlio, non far nulla senza chiedere consiglio».

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