Quando si ha in mano un microfono, è difficile resistere.
Quando il "sangue" spinge dentro in una certa direzione.
Quando il contesto non lascia veramente liberi.
Quando Gesù non è il primo Signore da seguire.
Quando l'emozione supera l'amore.
Quando non c'è un "padre" a darti una drizzata.
Quando tutti lasciano correre.
Quando il "diritto" è uguale al "rovescio", purché sia "in mio favore".
Quando non si ha il coraggio e l'umiltà di dire: "Ho detto, ho fatto una cazzata".
Quando non si è abituati a chiedere scusa.
Quando si pensa di non dover rendere conto a nessuno.
Quando...
don Chisciotte
Il prete figlio del boss in carcere e la prima omelia contro i giudici
di Goffredo Buccini
Ha parlato da figlio «e non da prete», giura adesso con la voce mansueta, quella voce da bravo ragazzo molto amato in paese. Che quasi non sembra la stessa voce con cui, alla fine dell'omelia di domenica scorsa, ha tuonato contro la giustizia terrena dal pulpito del duomo di Isola Capo Rizzuto, sedicimila anime nel Crotonese. Il papà, Romolo Scerbo, sta dentro da tre anni per estorsione «aggravata da metodi mafiosi» (condanna a cinque anni e mezzo, confermata in secondo grado). E lui, don Vincenzo, ordinato sacerdote ventiquattr'ore prima, proprio non ce l'ha fatta a contenersi. Vuoi l'emozione, vuoi la nostalgia, vuoi magari un certo codice genetico pur sempre ereditato da una famiglia che i rapporti di polizia accostano alla cosca egemone degli Arena, s'è lanciato in una filippica appassionata davanti ai concittadini, al suo parroco, al sindaco con tanto di fascia tricolore. «Una parte del mio cuore viaggia lontano da questo luogo, attraversa i muri e le sbarre del carcere di Siano per accostarsi al cuore di mio padre!», ha ammonito. E non ha avuto remore, il giovane pretino, nel trascinare pure l'Altissimo in questa curiosa forma di privatizzazione delle sacre liturgie a vantaggio di faccende molto personali: «Elevo gravida di dolore la mia preghiera a Dio perché la sua giustizia intervenga là dove la giustizia di questo mondo ha mostrato tutta la sua meschinità e la sua grettezza, guidata da logiche di parte e verità di comodo». «Uno sfogo», dice, adesso ricondotto all'ovile, il buon don Vincenzo, senza però arretrare d'un millimetro dalla sua fedeltà filiale: «Non è questione di stabilire se ridirei o no quello che ho detto. Il punto è che mio padre è innocente, stop. Tutti piangevano per lui in chiesa mentre parlavo, altro che scandalo, altro che sconcerto. Qui tutti ci conosciamo, tutti sanno che lui è pulito». Già. Il contesto dove tutti sanno. Quello non è mai indifferente, per capire. Il nonno di don Vincenzo, pure lui Vincenzo, sorvegliato speciale e accusato di associazione per delinquere, fu ammazzato il 26 aprile '91, mentre badava alla guardiania del villaggio turistico Tucano. Posticino ambito il villaggio turistico. L'operazione Tucano e il blitz contro gli Arena del giugno 2009 prende le mosse da lì. Anche gli ultimi guai di papà Romolo (e dei suoi fratelli implicati nella stessa indagine) vengono da lì, dalla protezione vera o presunta imposta sul comprensorio col placet dei capimafia. Conta il contesto, e tutti