Fede in tempo di crisi: opportunità o condanna?

di Valentina Rotondi - 26 aprile 2012

Tutti lo sanno. Viviamo in un momento storico difficile: l'economia è in recessione, il lavoro non c'è, la politica non capisce i bisogni delle persone, i giovani sembrano non avere futuro. Siamo circondati da allarmismi continui sul futuro degli Stati più deboli, la cassa integrazione sembra lo scenario più roseo possibile per un numero sempre maggiore di, ormai ex, lavoratori. Gli imprenditori non hanno accesso al credito e quelli onesti sono sempre più morsi nella stretta di una finanza che da troppo tempo è al di là della realtà.

In questo scenario nero e apparentemente senza speranza, viviamo un'altra crisi, molto meno famosa e profonda ma comunque sconvolgente.

Viviamo in un Paese cattolico se non per fede almeno per tradizione. Un Paese in cui la maggior parte dei genitori porta i figli al catechismo durante la settimana, a giocare a calcio o a pallavolo nella squadra dell'oratorio, a fare il presepio vivente la sera della vigilia. Da qualche anno è però in atto quello che alcuni definiscono la "secolarizzazione della società", quel processo che porta allo svuotamento delle chiese la domenica mattina, all'appiattimento della cultura cattolica comune, alla rinascita di paure ataviche e senza senso per il povero e il diverso.

Che cosa ci possono insegnare queste due crisi manifestatesi di pari passo e in maniera così tanto stravolgente?

La crisi può e deve essere un movimento di cambiamento e la Chiesa deve saperne cogliere le potenzialità intrinseche. I disoccupati, i giovani, gli imprenditori, la società ha bisogno di Dio, ha bisogno della Chiesa, ha bisogno di una speranza che, mai come ora, ridia senso ad un vuoto che qualcuno chiama vita.

Da sempre la parola speranza è appannaggio dei sermoni pronunciati dall'ambone. Per secoli nessuno, se non i sacerdoti, hanno potuto arrogarsi il diritto di pronunciare discorsi più o meno illuminati sulla speranza, sulla carità, sulla rivincita dei poveri. Oggi questi discorsi sembrano vuoti, privi di senso per chi ha perso tutto o quasi, per errori di altri, per incongruenze del sistema sociale, per la scorrettezza di alcuni pagata da molti.

Eppure non si può vivere senza una speranza, senza una fede. Tutti ne hanno bisogno e la Chiesa deve saperlo, deve sapere che ora e solo ora deve imparare un nuovo linguaggio, arrivare al cuore delle persone senza perdersi in discorsi vuoti. Parlare all'uomo dell'uomo, al povero del povero, al disperato della speranza partendo sempre della terra senza perdersi in affari del cielo che non arrivano al cuore delle persone.

Mi si rimprovererà in questo modo di mancare al compito primo della Chiesa: presentare al mondo la salvezza che il Cristo ha incarnato.

No, non è così. Dio ha parlato di sé venendo nel mondo, condividendone i drammi, i dolori, gli errori. La Chiesa non deve fare altro che tornare a questa realtà: piegare il suo cielo e scendere nell'inferno dell'uomo. Solo in questo modo la crisi diventa occasione di salvezza e rinascita per la chiesa e per l'uomo. Solo in questo modo il dramma si trasforma in opportunità. La fede salva l'uomo dall'inferno del non senso. La fede rende l'uomo libero di credere che esiste ancora una speranza per tutti, anche per i condannati da una società ingiusta, anche per i poveri, anche per i caduti in rovina.

La Chiesa deve avere il coraggio di parlare di questa speranza lasciando perdere il superfluo, l'inutile. Tornare al Vangelo, alla vita del Dio fatto Uomo per raggiungere l'uomo che soffre. Lasciare da parte le polemiche, la politica, l'arroganza della detenzione della verità su questioni che di teologico non hanno nulla per tornare a parlare della vita di quel Dio, uomo tra gli uomini, che nulla ha fatto se non vivere e morire per noi.

Solo così la Chiesa avrà ancora qualcosa da dire all'uomo e l'uomo saprà vivere il dramma della vita, ritrovarne un senso vero e pieno.