Il tweet del gesuita Padre Spadaro: “Così la fede ci aiuta a capire internet”

intervista da Antonio Spadaro, a cura di Marco Ansaldo

"La comunicazione aiuta la Chiesa a capire sé stessa. E la Chiesa aiuta ad avere uno sguardo spirituale sulla Rete". Sarebbe sbagliato pensare all'universo della fede cattolica con l'immagine stereotipata di un mondo granitico che sa d'incenso e di parole arcane pronunciate in una lingua morta. La Chiesa, in realtà, si sta riformando da dentro. Uno degli esponenti di questo cambiamento è un gesuita di 45 anni, da poco nominato direttore della prestigiosa rivista La Civiltà Cattolica, patito di CyberTeologia (a cui ha dedicato un blog) e duttile sperimentatore di sistemi informatici diversi. Ma Antonio Spadaro, messinese, è anche uomo capace di unire la tecnica all'intelletto. Al punto che, di recente, il Papa lo ha nominato consultore di due Pontifici Consigli: Cultura e Comunicazioni sociali. Aveva già fondato "BombaCarta", uno dei primi laboratori di scrittura creativa in Rete, e insegna al Centro interdisciplinare di Comunicazione sociale alla Gregoriana. Il suo ultimo libro si intitola Web 2.0 (Paoline). (...)

«Una delle domande che mi pongo - dice subito - è non solo come Internet può aiutare la Chiesa. Ma come la fede può aiutare a comprendere meglio il significato profondo della Rete, il suo ruolo nella storia dell'umanità».

Padre Spadaro, quello che gli osservatori notano, quasi con sorpresa, è quanto la Chiesa stia investendo nel web. Come è avvenuta questa svolta?

«Non c'è stata una svolta, ma un cammino ininterrotto. Il fatto è che la Rete sembra una cosa recente e moderna. No, Internet è una realtà antica per le domande che in forma tecnologica esprime, che sono poi quelle che ognuno di noi fa a sé stesso: chi sono io, cos'è il mondo, chi sono gli altri, la domanda su Dio... La Chiesa ha sempre guardato ai bisogni dell'uomo, e dietro alla tecnologia c'è pur sempre l'uomo. E ha sempre percepito questa linea, anticipando le idee dei social network».

Come?

«Prendo a esempio quanto ha detto di recente Benedetto XVI: "La comunicazione non è propaganda, ma luogo di relazione". E la Chiesa stessa si fonda su due messaggi: sulla comunicazione del messaggio e sulle relazioni di comunione. La Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi. Sempre di più la Rete sta diventando un luogo di vita ordinaria, e la Chiesa c'è dentro: con intelligenza, e al tempo stesso, senza alienarsi quell'ambiente, mettendone in luce anche i rischi». (...) «La mia domanda è che cosa significhi fare cultura e comunicazione oggi, al tempo della Rete. (...)

Nel suo libro Web 2.0, si chiede se "c'è Dio nella blogosfera?". C'è oppure no?

«Sono gesuita e la spiritualità del mio Ordine mi fa dire che Dio è attivo nel mondo. Anzi "lavora", come dice il nostro fondatore, sant'Ignazio di Loyola. Noi gesuiti cerchiamo Dio in tutte le cose, sviluppando il fiuto della sua presenza persino laddove sembra non essere presente. Si tratta di vedere le tracce che lascia».

In questo la Chiesa è al passo con i tempi?

«Trovo nella Chiesa un crogiolo di elaborazione culturale e un livello di maturità sempre in crescita. C'è però bisogno di stare desti. Ha ragione il cardinale Ravasi: "Si può parlare di tutto"». (...) «Sono dunque naturalmente molto interessato a quel che si muove nel contemporaneo e a contaminare gli interessi. In fondo, l'uomo è uno, e non può vivere in recinti separati e chiusi. E questa è appunto una chiave per capire l'uomo, il mondo e la realtà».

in “la Repubblica” del 6 febbraio 2012