E scomparve la ferula conciliare

di Alberto Melloni

Pochi al mondo sanno chi è Lello Scorzelli. Ma un numero immenso di esseri umani ha visto almeno una sua opera, piccola, del peso di pochi chili, ma di immenso significato. A questo scultore napoletano nato all'inizio degli anni Venti, con studio in Vaticano, Paolo VI commissionò per la chiusura del Concilio una nuova «ferula»: cioè quel bastone sormontato dalla croce, sul quale Scorzelli pose anche un Gesù crocifisso, esile ed eppure capace di piegare col peso della sua concentrata sofferenza la trave del più celebre e delicato simbolo cristiano. Le foto conclusive del Vaticano II vedono Paolo VI portare questo segno che apparteneva dal Medioevo al corredo pontificio, ma che dal Cinquecento veniva usato solo in circostanze molto rare. Lo aveva con sé, quasi come una estensione statuaria, anche quando celebrò la messa in morte di Moro. E lo lasciò ai successori. Giovanni Paolo I e poi Giovanni Paolo II, che iniziò a brandirlo, ad alzarlo, a farlo volare con sé in ogni angolo del mondo: con una ritrovata audacia prima, poi come un perno attorno a cui raccogliersi nell'intensità della preghiera e infine come un sostegno al quale aggrapparsi, debole e sfinito. Un segno talmente universale da apparire ineludibile perfino per Maurizio Cattelan: nella sua provocazione su La nona ora