Pudore? «Mai sentito dire» e i ragazzi non ce l'hanno

di suor Roberta Vinerba

Verba volant: ogni giorno assistiamo alla volatilità del linguaggio, parole che nascono, vocaboli che scompaiono. Questa vivacità della lingua non è indifferente rispetto alla sostanza delle cose. Voglio dire che se una parola tende a scomparire è anche perché ciò che nomina non ha più significato per la società. Una mattina, mentre ero impegnata in una classe di terza media a ragionare con i ragazzi di affettività, di corporeità e di amore, butto là a caso una battuta sul pudore. Di fronte a me visi sgomenti e occhi interrogati. Comincia il "dramma". In una frazione di secondo mi rendo conto di avere aperto il vaso di Pandora e di aver trovato l'ennesimo buco nero nell'educazione dei nostri figli. Domando: «Ragazzi, quanti di voi sanno cosa significhi pudore?». Non è certo la prima volta che accade che a questo interrogativo ricevo risposte le più differenti, sono dunque preparata a tutto, anzi, più le risposte sono varie, migliore è il confronto e la "soluzione" della questione. Eppure quella mattina c'è una novità: i ragazzi quasi imbarazzati mi dicono che il problema non è sapere cosa significhi quella parola, il problema consiste nel fatto che non l'hanno mai udita. Cerco allora di capire meglio e ripetono di non aver mai sentito parlare di pudore, un po' come i poveracci che interrogati da san Paolo se avessero ricevuto lo Spirito Santo rispondono, loro malgrado, che non hanno mai sentito parlare di uno Spirito Santo! Mi si perdoni il paragone, ma è questo quello che quella mattina mi è balenato in testa. Da allora ho inserito, nei passi necessari dell'educazione all'affettività, la domanda: «Avete mai sentito la parola pudore?». Da allora ho incontrato tante altre classi di adolescenti delle medie e delle scuole superiori ai quali parlo di affettività in maniera, diciamo, laica. Ho incontrato anche tanti gruppi parrocchiali composti quindi da ragazzi che dovrebbero, in teoria, avere un background più mirato a certe sensibilità. Dovrebbero. Di solito non trovo, in realtà, nessuna differenza tra i due ambienti. Che siano ragazzi "di parrocchia" o che siano allievi di una scuola statale, nella quasi totalità dei casi non conoscono l'esistenza di questa parola. Provare per credere. I pochi che l'hanno sentita nominare, hanno un'idea molto vaga e spesso distorta di cosa significhi. Condotti, attraverso esempi, attraverso la decodificazione dei propri sogni, desideri e speranze, a scoprirne il significato, vedi che gli occhi dei ragazzi si illuminano in un guizzo. Intuiscono, in un lampo, quello che hanno dentro da sempre e che aspettava solo di essere nominato, riconosciuto. Quando questo accade c'è come il venire alla luce di una nuova consapevolezza di sé e del proprio valore, perché è proprio vero che tutto ciò che non ha un nome non esiste, o almeno, resta nell'indistinto improduttivo. Così tiro fuori il mio sogno nel cassetto: un padre, una madre, che discuta di pudore con il figlio, con la figlia, dizionario alla mano per ragionare insieme, coinvolti insieme, interrogati e affascinati insieme dal mistero di ciò che si è. Perché non mi accada più di una madre più svestita che vestita che, trascinandosi dietro la figlia di 14 anni, me la consegni, all'inizio di un incontro con queste parole. «Suor Roberta, insegni lei a mia figlia, la castità». Censuro ciò che ho pensato.

apparso su "Noi genitori e figli", con Avvenire del 18.12.2011, p. 42