... può essere utile considerare anche quanto scritto in questo articolo, dal tono provocatorio.


Lo Spirito Santo e gli organigrammi

di Roberto Beretta

Per essere cardinali non è necessario essere santi. La folgorante verità mi ha percorso la mente mentre qualche settimana fa leggevo, su un grande giornale nazionale, l'ennesima ricostruzione degli intrighi, dei calcoli e dei maneggi di Curia che stanno (o starebbero) dietro alle porpore del prossimo Concistoro.

Ed è proprio così. A dimostrare che lo Spirito Santo c'entra ben poco (o al massimo c'entra come in tutte le altre faccende del mondo) nelle nomine ecclesiastiche, basterebbe una semplice constatazione di buon senso statistico: perché mai la terza persona della Trinità dovrebbe privilegiare l'Italia nelle sue scelte, come invece di fatto avviene? Forse che abbiamo più «santi» di altre nazioni? Credo proprio il contrario. Allora forse perché siamo la nazione in cui ha sede il Papa, quella di più antica tradizione cattolica? Ma per favore... La scelta dei cardinali ha poco a che fare con la santità personale, come dimostra anche il fatto che alcuni lo diventano solo perché occupano una sede storicamente cardinalizia e altri come premio «alla carriera».

Notazioni consimili si potrebbero fare anche scendendo giù giù per la scala gerarchica: vescovi, monsignori, parroci, responsabili laici di importanti settori ecclesiali... O risalendo in su. Non me ne scandalizzo affatto (lo Spirito Santo possiede ben altri mezzi per governare davvero la barca); semplicemente lo rimarco: come scrivendolo in un «post it» da tenere in evidenza alla memoria.

Perché poi succede invece che - nella particolarissima società che è la Chiesa - si realizzi una indebita sovrapposizione di piani: quello del governo (del comando, del potere) e quello della fede (della grazia, della santità). Automaticamente cioè si pensa che, se una persona è arrivata «fin lì», ci sia riuscita anche per la sua qualità spirituale, per i suoi meriti ascetici o la sua coerenza morale. Se uno è diventato prete, vuol dire che è «meglio» dei laici suoi parrocchiani... Si tratta di un'equivalenza inconscia ma presentissima, rafforzata e resa poi esplicita dalla deferenza abitualmente espressa nei termini con cui ci si rivolge a tali persone: reverendissimo, eccellenza, eminenza, santità...

Invece di per sé l'equivalenza non è vera o - meglio - non è affatto così automatica, e nemmeno maggioritaria. La coincidenza tra potere e servizio è un auspicio evangelico cui certamente la «catena di comando» ecclesiale tende ed educa, ma che raramente si realizza. Anzi possiamo sostenere al contrario che, come del resto in tutte le cose del mondo, anche nella Chiesa in genere il potere e gli onori corrompono gli uomini che li detengono, allontanandoli - anziché avvicinarli - dall'ideale sovrapposizione tra grandezza spirituale e altezza gerarchica.

Col che non voglio affatto auspicare un azzeramento di tutte le piramidi del comando, aspettandomi magari una fraternità egualitaria e un appiattimento delle funzioni che forse creerebbero problemi ancora maggiori. Mi accontenterei che nella Chiesa ci fosse consapevolezza più esplicita di tale realtà evangelica, e che essa potesse esprimersi in qualche forma concreta; magari limando in modo significativo le enfasi onorifiche, o istituendo una sorta di rotazione nel «servizio del potere», o rigettando risolutamente quel «promoveatur ut amoveatur» che proprio l'ambiente ecclesiastico ha inventato, introducendolo poi anche nelle gerarchie laiche.

Soprattutto vorrei che i cristiani fossero consapevoli che quello che viene loro proposto non è di per sé il «governo dei migliori» e che quanti guidano le loro parrocchie o diocesi non sono «maestri», se non per quanto è concesso dalla loro sapienza umana e cristiana, oltreché dalla grazia (di cui però tutti godiamo, ognuno nel suo stato); con ciò che ne consegue. Credo che sarebbe un bel passo in avanti: per chi deve obbedire, ma anche per chi comanda.