Il valore dell'uguaglianza

di Joaquín Navarro-Valls

In questi giorni le riflessioni sull´andamento dell´economia mondiale si sono raccolte prevalentemente attorno ad alcuni dati allarmanti che segnalano il disagio generale delle nostre società. In particolare, il Divided we stand pubblicato dall´Ocse, come è stato ricordato mercoledì su Repubblica, fornisce "una spietata analisi sulla crescita delle ineguaglianze sociali nel mondo". D´altronde, sapevamo fin dal sorgere nel 2008 della grande crisi finanziaria del sistema bancario statunitense che il flop dei subprime avrebbe fatto nascere a cascata, nel giro di qualche anno, una recessione dell´economia mondiale. Intendo cioè quella produttiva e legata al lavoro. Alcuni osservatori avevano paventato già allora i rischi per l´Europa di una curva verso il basso che ineluttabilmente sarebbe divenuta permanente, rompendo la dinamica normale dei cicli economici che la dottrina classica e marginalista aveva teorizzato. Sono molti oggi i fattori che concorrono a determinare l´instabilità e la stagnazione dei consumi. Tralasciando le spiegazioni macroeconomiche che sfuggono alla competenza dei comuni mortali, ci si può limitare a fare alcune considerazioni pratiche. Il sistema capitalista è nato nei limiti precisi del mondo occidentale come organizzazione della produzione e diffusione collettiva della ricchezza; un modello di sviluppo che ha seguito l´ascesa graduale del liberalismo. Tutto è funzionato fino a trent´anni fa grazie alla logica di antagonismo mondiale che i sistemi capitalisti avevano con l´area sovietica. La fine di quel equilibrio ha fomentato non solo le grandi speculazioni finanziarie, ma ha avallato un incontrollato estendersi del mercato in zone della terra prima escluse dalla ricchezza. Questa situazione di apertura globale ha offerto ad interi popoli materie prime non disponibili e ha fatto saltare inevitabilmente tutti i controlli legali e doganali che la politica internazionale concorreva a garantire in precedenza. L´effetto che ora si constata è la crescita abnorme delle disparità tra le condizioni economiche di vita individuale. Il dimorfismo nazionale è diminuito con un livellamento medio verso il basso degli Stati, mentre, per contro, le disuguaglianze reali tra le persone sono divenute pesantissime in Cile, Messico, Turchia e Stati Uniti. Guardando all´Europa, l´Italia è tra i Paesi che più soffrono questa divaricazione interna, assieme ad Inghilterra e Portogallo. Che cosa indica tutto questo, e quali rimedi si possono immaginare? Intanto è doveroso valutare che la crescita delle ineguaglianze è un effetto negativo dell´aumento positivo del livello di libertà nel mondo. L´unico modo di escludere totalmente i dimorfismi nella distribuzione delle ricchezze sarebbe cancellare il presupposto etico fondamentale che li produce, vale a dire la libertà individuale d´impresa e d´iniziativa. Scelta, evidentemente, nefasta. Senza libertà non può esservi democrazia, e soprattutto che senza libertà viene a mancare l´autodeterminazione democratica dei popoli, con una conseguente cancellazione della dignità umana dei cittadini. Il dato vero, scaturito dai nuovi report, è tuttavia che il tasso di ineguaglianza sta superando la percentuale fisiologica compatibile con i sistemi liberali. Quando, infatti, la quota di povertà oltrepassa il confine dell´indigenza e si conquista fette intere di classe media, i ricchi guadagnano 15 volte in più dei poveri e si attua un fenomeno involutivo che rende impossibile