Se lo sfondo non c'è più

di Gian Carlo Olcuire

Il primo premio del World Press Photo è stato assegnato a un'immagine che di giornalistico ha poco, perché suscita emozioni senza dare informazioni. S'è parlato di una Pietà moderna e in effetti la postura dei due soggetti la ricorda: una donna con il niqab - il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi - tiene tra le braccia, adagiato sul grembo, un uomo a torso nudo, probabilmente ferito. La donna lascia vedere anche dei guanti di lattice, da infermiere, e l'uomo un tatuaggio. Ma entrambi non mostrano i volti: la donna l'ha velato e l'uomo l'ha coperto. Soprattutto non si vede nulla accanto e nulla dietro: se non si può dire che la foto sia posata, è indubbio che lo sfondo vuoto faccia pensare a quelli degli studi fotografici, sfumabili e colorabili a piacere. Quest'immagine, più che un racconto, è un simbolo: fa vedere pochissimo e tace della realtà dello Yemen, di cui siamo a conoscenza per le interviste rilasciate dal fotografo. Non che non sia una foto drammatica: solo esprime un dolore universale, quello di ogni madre/moglie/sorella che sta male per il proprio congiunto che sta male e si china teneramente su di lui. Ora, se da una parte ci sentiamo uniti a chi soffre, paradossalmente ignoriamo quasi tutto di quella sofferenza specifica. E allora domandiamoci se la nostra sia partecipazione o non sia, in realtà, una fuga. Se l'amore per i simboli non porti, alla lunga, a non vedere le situazioni, a non farci coinvolgere in nessun dolore che non sia anche un po' nostro. Una schizofrenia già rilevata dalla poetessa Wislawa Szymborska, quando scriveva: «Preferisco me che vuol bene alla gente / a me che ama l'umanità». La gente, infatti, è piena di particolari: colori, nomi... e anche difetti. Mentre l'umanità è una categoria monocromatica, che gode di un pregiudizio sempre positivo e che si può cogliere in un attimo: perché non ha molto da far vedere e non ha sfondo. Come una foto scontornata.

Continua a leggere qui