E il latino rinacque dal Vaticano II

di Filippo Rizzi - 30.05.2012

Cultore del latino ecclesiastico come di quello classico, soprattutto autorevole studioso di Sant'Ambrogio, nel lontano 1962 il cardinale Giovanni Coppa, divenuto anni dopo nunzio nella Repubblica Ceca, visse da testimone privilegiato l'inizio del Vaticano II portando la sua competenza di latinista: «La mia esperienza in quell'assise fu in verità molto limitata. Ero stato nominato esperto come latinista, ed era per me, allora molto giovane, una cosa esaltante poter entrare nella basilica Vaticana durante lo svolgimento dei lavori. Ancora oggi conservo la mia tessera di nomina a latinista al Concilio». Una passione per il latino nata alla Cattolica di Milano col professor Riposati e il dottor Dal Santo e poi maturata sotto la direzione del suo «maestro di sempre» monsignor Amleto Tondini: «Fu lui a tenere in me vivo l'amore per questa lingua e grazie a lui collaborai alla prestigiosa rivista Latinitas. E non posso dimenticare un altro latinista di rango della Santa Sede come monsignor Guglielmo Zannoni».

Fu proprio la conoscenza del latino a consentire al giovane don Giovanni Coppa, originario di Alba, la provvidenziale permanenza nella Città eterna: «Fui chiamato in segreteria di Stato da monsignor Angelo Dell'Acqua nel 1958. Nel 1952 ero entrato nella Cancelleria Apostolica, provenendo dalla Cattolica di Milano, dove, senza volerlo, mi ero fatto una fama di "latinista" per aver superato i tremendi esami scritti di latino già nel primo biennio. Monsignor Amleto Tondini, che era reggente della Cancelleria, cercava dei collaboratori per la redazione delle Bolle Pontificie, ed ebbe il mio nome da Agostino Saba, che insegnava nella stessa università. Rimasi in Cancelleria per oltre cinque anni. Una straordinaria fucina di lavoro, dove non c'era tempo di annoiarsi, perché, come dicevo scherzosamente agli amici intimi, ci si doveva occupare de omnibus rebus et de quibusdam aliis. E lì rimasi fino alla partenza per Praga».

La permanenza effettiva del cardinale Coppa alle sessioni conciliari durò lo spazio di un mattino, o poco più, perché «monsignor Dell'Acqua si accorse delle mie assenze dall'ufficio e, giustamente, fece in modo di non lasciarmi mancare il lavoro in Segreteria di Stato