Ritrovare la capacità di vergognarsi contro il cinismo del «così fan tutti».
Gabriella Turnaturi ripropone il «buon uso» di un sentimento quasi scomparso di fronte al dilagare del narcisismo generalizzato
di Maria Laura Rodotà
Prendi in mano Vergogna di Gabriella Turnaturi, edito da Feltrinelli, sottotitolo Metamorfosi di un'emozione. E pensi pigramente: «Perché mai dovrei leggermi un saggio? Sulla vergogna contemporanea c'è già tutto in un recente romanzetto». In Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti, in cui si spiega che in Italia non c'è più da vergognarsi: c'è stato «lo sdoganamento della figura di merda». Poi cominci a leggere, e a pensare che motivi e momenti di vergogna si evolvono di continuo. Che proprio dalla vergogna si può ripartire. Che la battuta di Ammaniti è citata per analizzare i modi in cui episodi in altri tempi vergognosissimi possono diventare «sprazzi di splendore mediatico». In ogni caso, «perdere la faccia implica una perdita momentanea e parziale, un incidente di percorso». Ma i tempi stanno di nuovo cambiando, e della vergogna si può fare «buon uso». Con un certo sforzo, va da sé.
Turnaturi è una sociologa di lungo corso, docente a Bologna, con esperienze anglosassoni e occhio vigile-polemico sulla nostra società (il suo penultimo libro è Signore e signori d'Italia, una storia delle buone maniere). Stavolta viaggia nella progressiva deregulation del concetto di vergogna. Deregolata come l'economia, de-moralizzata come la politica, balcanizzata come la società in cui viviamo; che imita l'arte della spettacolarizzazione mediatica, televisiva, internettara. Analizza la vergogna attraverso tesi di sociologi, figuracce di leader, personaggi di romanzi, elucubrazioni di psicanalisti (certi excursus psicanalitici si possono saltare). Dedica molte pagine al catalizzatore della vergogna italiana degli ultimi anni, Silvio Berlusconi. Visto come un «grande prestigiatore della vergogna», che reagisce a ogni accusa invitando gli accusatori a vergognarsi; più che un'anomalia.
È casomai anomalo il comune sentire italiano. Quel «così fan tutti» (abusi edilizi, evasione fiscale, corruzione diffusa, familismo amorale) che «sottrae qualsiasi azione alla possibile riprovazione e mette in mora la vergogna». O meglio, la trasforma in «vergogna rimbalzata»: che «s'invoca su quelli che non assumono il “così fan tutti” come regola, che intralciano gli affari e le autorealizzazioni». E così «la vergogna ricade su quelli che oggi con disprezzo sono chiamati “i moralisti” e “gli scocciatori”». Di recente, gli scocciatori (più che i moralisti) sono in grande spolvero. Ma il loro agire non è ispirato a un'idea di vergogna vecchio stile. Perché «le attuali metamorfosi della vergogna si sviluppano in un contesto di narcisismo di massa, in cui l'altro esiste solo come e quando voglio io».
Fanno così i Beppe Grillo e i ragazzi di Maria De Filippi. E lo facciamo noi quando parliamo al cellulare di cose personalissime in treno o al bar. Non ci vergogniamo più per comportamenti che infrangono regole sociali ormai debolissime. Sostiene Turnaturi: «La vergogna è un'emozione che prevede il comune, l'essere con. Ma che cosa ne è della vergogna nell'epoca dell'individualismo atomizzato che s'impone sulla comunità?». Continua a esistere, con altre cause: magari diventa «la vergogna di poter diventare un consumatore debole», causa perdita del lavoro e/o della capacità di acquisto. Turnaturi segnala «il nesso contemporaneo fra vergogna e depressione
Progressiva deregulation del concetto di vergogna
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