Per il rispetto della vita umana

di Claude Dagens, vescovo di Angoulême

Davanti ai gravi interrogativi posti di fronte all'inizio e alla fine della vita umana, non basta indignarsi e gridare. Dire “no all'aborto, no all'eutanasia” è legittimo, ma non sufficiente. Bisogna anche render conto della nostra indignazione e della nostra sofferenza di fronte ad atteggiamenti o a legislazioni che, in ultima istanza, non rispettano la vita umana e la dignità delle persone. Bisogna dare delle ragioni alla battaglia pacifica che conduciamo in questi ambiti così sensibili. La battaglia per il rispetto della vita umana non è scomponibile. Vale per l'embrione nel ventre della madre e per la persona anziana o malata in fin di vita, ma vale altrettanto per uomini e donne che vengono trattati come oggetti in funzione degli imperativi esclusivi della redditività finanziaria o tecnica.

La vita umana, ogni vita umana, porta in sé una sorta di trascendenza concreta. È costituita da elementi biologici, ma non si riduce a tali elementi: è portatrice e rivelatrice “di un essere spirituale”, di una realtà spirituale che va oltre noi. Per comprendere questo fenomeno, basta essere testimoni di una nascita e vedere una donna diventare madre, un uomo diventare padre, prendendo tra le braccia il bambino appena nato. E basta anche scorgere, sul volto di una persona apparentemente non cosciente, lo scorrere di una lacrima, l'abbozzo di un sorriso.

La vita umana, ogni vita umana, porta in sé un mistero, non un enigma da decifrare, ma un mistero, cioè una realtà non misurabile che si rivela a coloro che vogliono guardare e vedere al di là dell'apparenza immediata.

L'uomo della modernità scientifica e tecnica deve considerarsi padrone del mondo? Deve ricorrere a leggi nuove per giustificare questa padronanza sempre maggiore?

Allora, ciò che è in gioco, non sono solo delle opzioni politiche, legate a scadenze elettorali. È la concezione stessa che facciamo della nostra umanità comune. Siamo capaci di accettare la nostra fragilità costitutiva? Siamo decisi a non applicare le regole della nostra società mercantilista a ciò che costituisce la nostra dignità umana?

Il professor Jean Bernard, che è stato membro dell'Académie française, in un libro che si intitolava L'homme changé par l'homme (L'uomo cambiato dall'uomo), si interrogava già nel 1976 sui progressi della genetica e della neurologia. Gli interrogativi degli studiosi non sono diversi da quelli degli uomini di fede come Jean Vanier, quando constata: “Noi nasciamo fragili. Moriamo fragili. Accettiamo la nostra fragilità?” E pone anche quest'altra domanda decisiva. “Sopprimeremo coloro che ci danno fastidio perché non sono conformi alle norme della nostra società dell'efficienza?”.

Questi interrogativi sono immensi. Esigono confronti e dibattiti ragionati. La recente dichiarazione dell'Académie catholique de France, di cui faccio parte, con dei professori universitari competenti in ambito giuridico, medico, biologico e filosofico, vuole essere un contributo a questi dibattiti, sottolineando la gravità degli interrogativi posti: “È per motivi tratti dalla ragione e dalla saggezza che la società deve preservare, anche nella legislazione, il senso trascendente della vita. Infatti è davanti ad una scelta di civiltà che ci troviamo posti”.

in “La Croix” del 16 luglio 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)