Percorsi di umanizzazione

di Enzo Bianchi

«Vorrei comprendere in modo contemplativo i movimenti sociali, politici, intellettuali, artistici di questo mondo...». Così Thomas Merton, autentico «contemplativo», scriveva a papa Giovanni ormai più di cinquant'anni fa: il contemplativo cristiano, infatti, non è chi disdegna la compagnia degli uomini considerandola una distrazione rispetto all'intimità con Dio, ma piuttosto chi, sforzandosi di tenere lo sguardo fisso su Gesù e di discernere la sua volontà, cerca di vedere gli uomini e le vicende con l'occhio stesso di Dio, un occhio di sapienza e misericordia. È questa convinzione che ha sempre animato il mio sforzo di discernimento dell'epoca in cui mi è stato dato di vivere e di rendere testimonianza al Signore Gesù, una stagione e un'umanità che non ho mai cessato di amare perché sono lo spazio e il tempo in cui posso avvicinarmi a quel Dio che ha voluto farsi uomo perché l'essere umano si umanizzasse in profondità.

Oggi attraversiamo una stagione in cui la consapevolezza dell'intreccio di relazioni a livello planetario suscita da un lato istanze di unità e cooperazione sempre più allargate e, dall'altro,risorgenti particolarismi e chiusure, con tutte le esclusioni che ne derivano.

Viviamo un'epoca in cui gran parte dell'umanità, soprattutto la più povera e disperata, conosce precarietà e incertezza; un tempo in cui le speranze di pacificazione tra i popoli sperimentano improvvise accelerazioni, ma anche tragiche sconfessioni dovute al riemergere di conflitti a lungo sopiti o all'esplosione di nuovi, o alla fragilità e parzialità stesse degli equilibri e delle «paci» raggiunti; un contesto in cui le società si configurano sempre più come multirazziali ma, al tempo stesso, presentano inquietanti fenomeni di razzismo e di rigetto dell'altro e dello straniero...

La nostra è una situazione di profonda crisi di identità e di appartenenza, nella quale sembrano prevalere due risposte tutt'altro che estranee l'una all'altra, due vie di fuga forse tra le più facili ed emotive, ma non certo le più serie e feconde: la riscoperta delle radici etniche a livello sociale e, a livello religioso, l'irrigidimento confessionale.

In questo quadro, continuo a credere non solo possibile ma indispensabile evidenziare alcuni cammini di umanizzazione che il cristianesimo ha sempre elaborato e affermato, ma che anche l'uomo non munito della fede cristiana ha saputo indicare.

Innanzitutto, il cammino della libertà, una condizione di vita che non si mendica né si chiede, ma che si esercita vivendola per prima cosa nel proprio intimo e nei rapporti interpersonali che ciascuno costruisce. È indegno dell'essere umano mendicare la libertà! Nel vissuto quotidiano ciascuno può sempre praticarla, perché non c'è giorno né situazione che ci impedisca di esseri liberi: in questo la testimonianza di uomini e donne che hanno saputo conservare il loro cuore e la loro mente liberi dalla schiavitù del male anche nelle condizioni di oppressione più dure è lì a ricordarcelo. Sappiamo bene che i poteri - politico, economico, ideologico - sono tentati di conculcare la libertà, ma spetta a noi esercitarla nei loro confronti.

Accanto alla libertà occorre affermare anche l'uguaglianza: non l'egualitarismo che misconosce le differenze, ma l'uguaglianza che richiede il riconoscimento dei diritti di ogni persona e di ogni collettività. La democrazia vive se c'è questo riconoscimento dell'uguaglianza di ogni persona. Il tuo prossimo è come te stesso -dice il comandamento ripreso e compiuto da Gesù - e accanto a te non c'è più ebreo, né greco (cf. Gal 3,28; Col 3,11), non ci sono differenze di etnie o di religioni, ma solo persone come te.

E vi è poi il cammino della fraternità, cioè la prassi di solidarietà che tesse legami fraterni, la capacità di vivere l'amoretratuttigliesseriumani.Ciòrichiedediusciredasestessiperincontrare l'altro, per ascoltarlo, per conoscerlo, per comunicare con lui, per creare legami di affetto e di convivenza.

Questi percorsi di umanizzazione esigono impegno da parte di ciascuno di noi e una grande capacità di resistenza civile che non rifugge dall'assumere precise responsabilità: nei confronti del creato, per contrastare il deserto che avanza; nei confronti della legalità e della giustizia, senza le quali sono calpestate proprio la libertà, l'uguaglianza e la fraternità; nei confronti della convivialità, che significa partecipazione di tutti gli umani alla tavola del mondo, alle risorse della terra...

Sono questi percorsi e queste responsabilità che vorrei trattare nella pagine di questa rubrica e cercherò di farlo insieme ai lettori.

in “Rocca” n. 3 del 1 febbraio 2012