L'omissione del vescovo

di Felice Cavallaro

Davanti al giudice Terranova che lo interrogava, Luciano Liggio, spaccone e sbruffone, fingeva di cadere dalla nuvole, di non sapere cosa fosse la mafia. Poi lo uccise, nel 1979. Come aveva fatto trent'anni prima con Placido Rizzotto nella Corleone dove quella parola era bandita. E come è incredibilmente rimasta elusa ieri, sospesa, non detta, attesa, negata in una cerimonia religiosa officiata per i funerali di Stato davanti al presidente della Repubblica da un vescovo che ha ricordato questa vittima di mafia riuscendo a non pronunciare mai il vocabolo che non piaceva al suo assassino e storpiando il nome di questo eroe tardivamente celebrato in «Rizzutto». Sarebbe bastato allungare lo sguardo e leggere Rizzotto sull'urna dove sono stati raccolti dopo 64 anni i resti del sindacalista fatto sparire in una foiba. Una svista, seppur ripetuta due volte, resta peccato veniale. Ma omettere il riferimento alla mafia nel paese che Riina e Provenzano, da eredi di Liggio, avevano eletto a sanguinaria roccaforte di Cosa Nostra finisce per inquietare le coscienze di un mare di giovani capaci di trasformare le esequie in festa, in occasione di riscatto, in un sonoro «no» alla mafia. Come evidentemente è sfuggito al vescovo di Monreale che per geografia ecclesiale si occupa di Corleone.

in “Corriere della Sera” del 25 maggio 2012