«La parola fu su Giovanni». Questa espressione racchiude la nostra vocazione. Metto il mio nome al posto di quello del profeta, e so per certo che molte volte ormai la Parola è venuta sopra di me, ma non ha trovato casa. Metto il mio nome, e so che ancora viene a cercarmi per tutti i burroni, i colli, le valli, nel mio quotidiano più accidentato, con l'assedio dolce e implacabile di un amore che di me non è stanco. Metto il mio nome, e so che posso diventare voce libera, e granello di sabbia dentro il meccanismo di questa storia sbagliata.

Verrà, su tutti può scendere la Parola, perché nessuno ha meno di Giovanni, nessuno ha meno del deserto. Verrà, purché tu sia come Giovanni, un uomo libero, mai succube o cortigiano di nessun potere.

Ciascuno di noi deve diventare voce di una parola che è Cristo. Il come lo indica il primo degli imperativi di oggi: «Preparate la via del Signore». Vale a dire: preparate strade dove risuoni la Parola, moltiplicate le vie d'ascolto della Parola.  In silenzio e nel tuo eremo interiore, abbandona per un po' le tue parole, da' ogni giorno un po' di tempo e un po' di cuore alla lettura del vangelo.

Con perseveranza, rendi continuo, rendi normale, come il pane, come il respiro, l'ascolto della Sacra Scrittura
.

Ermes Ronchi

Mir zainen do ("Noi siamo qui"): è un canto yiddish dei partigiani del ghetto di Vilna, in Lituania. Noi siamo qui: ci sono momenti in cui le fibre sfilacciate di un popolo si rianimano e nasce nella resistenza all'oppressione una nuova consistenza. Essa comincia sempre con una spe­cie di "eccoci".

Abramo pronuncia il suo, quando Dio lo chiama per mandarlo a sacrificare suo figlio Isacco sul monte Moria. A Dio che lo chiama, risponde: hinnèni, ec­comi. Ridice ancora la sua ardita parola al figlio che gli rivolge la terribile domanda: "Dov'è l'agnello per l'olo­causto?". L'ultimo degli eccomi lo dirà a fiato corto quan­do l'angelo per due volte chiamerà il suo nome, per fer­margli la mano armata sulla gola del figlio. Non aveva mai detto questa parola prima della prova di obbedien­za richiesta da Dio e non la dirà più.

E' buono a sapersi che anche Iod/Dio può dire il suo hinnèni alla creatura che lo chiama. Ce lo annuncia Isaia (58, 9): "Allora chiamerai e Iod risponderà. Strillerai e dirà: 'eccomi'".

Eccomi è voce dei momenti di verità, quando si è chiamati a rispondere di sé. È il passo avan­ti, lo scatto che fa uscire dai ranghi e porta a uno sbara­glio. È la più bella parola che si possa pronunciare in quei momenti, un dichiararsi pronti, anche se non lo si è af­fatto. Prima di usarla bisognerebbe allenarsi a pensarla più spesso.

Buona fortuna a chi dovrà pronunciare oggi il suo difficile "eccomi".

Erri De Luca, Alzaia, 40

 

Cristianesimo, bellezza sì lusso e vanagloria no

di Enzo Bianchi

Conosciamo bene l'episodio evangelico in cui una donna rompe un vasetto di alabastro contenente del profumo preziosissimo e lo versa sul capo di Gesù. Giuda e altri discepoli contestano questo gesto, accusando la donna di sprecare il profumo: sarebbe stato meglio venderlo - dicono - e con il ricavato aiutare i poveri! Ma Gesù vede in quell'atto gratuito l'amore profetico per lui, avviato verso la morte, e non solo lo giustifica ma lega l'annuncio del Vangelo alla memoria di questa donna (cf. Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gv 12,1-8).

Nel cristianesimo non c'è posto per il legalismo, ma occorre vivere la gratuità, la libertà e, al limite, l'eccesso di bellezza. Questo però non giustifica né l'accumulo di ricchezza né il lusso di chi vuole imporsi, farsi vedere, ostentare la propria arroganza. D'altronde già i profeti di Israele avevano lanciato invettive contro i re di Gerusalemme che si costruivano case sfarzose (cf. Ger 22,13-17), contro le donne che mettevano in mostra ornamenti e gioielli (cf. Is 3,16-24), contro i potenti che banchettavano lautamente ogni giorno (cf. Am 6,4-7)

Nella sua semplicità, questo video testimonia cosa sia possibile fare con simpatia e creatività.

"La vita consacrata, la comprensione dell'autorità e dell'obbedienza, tramite il carisma del fondatore, trasmettono la teologia di un'epoca.

Quale teologia trasmettiamo o incarniamo oggi nell'idea che ci facciamo dell'autorità e del governo di una comunità?".


Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, Lipa, 64.

«Parlatemi ancora di Dio», domanda monsieur Lucien a mademoiselle Rosée abbracciandole il collo. «Avete una voce così dolce quando parlate di ciò che non esiste».

«Oh, ma caro il mio uomo», dice mademoiselle Rosée aggiustando la bretella del suo reggiseno, «io non cerco di convincervi dell'esistenza di Dio. Se sapeste come poco gli importa che voi crediate in lui. Dio, caro il mio uomo, è tanto semplice quanto il sole. Il sole non vi chiede di adorarlo. Ci chiede soltanto di non fargli ostacolo e di lasciarlo passare, di lasciar fare.

Un poco come Ariane in cucina, quando chiede ai bambini di andare a giocare un poco più lontano, per preparare questa pietanza che non prepara in fondo che per loro. Dio è così, caro il mio uomo. Ama vederci ridere e giocare. Di tutto il resto si occupa lui».

Christian Bobin, L'amore è proprio una piccola cosa

Per ringraziare

tutti coloro che ieri si sono fatti presenti in diversi modi

e comunque mi hanno ricordato in modo speciale,

condivido con tutti il simpatico video di auguri

che un amico ha fatto e mi ha inviato
.

Vorrei fossero tanti anche i modi con cui dico grazie a tutti!


don Chisciotte




 

 

"Per raccontare del genio,

che dopotutto è un qualche miracolo della natura,

occorre esserlo noi stessi

o almeno, in qualche misura,

avere la capacità di esprimere il suo personaggio

con la forza del sentimento".



"Come Chiara e Francesco", p. 198

Queste forme di creatività mi fanno impazzire!

E mi danno speranza sul presente e sul futuro dell'animo umano!

don Chisciotte

Fino al 25 dicembre 2012 a Milano nel parcheggio di via Mario Pagano (fermata M1)

Il Banco di Garabombo:

il tendone del commercio equo e dell'economia solidale.


Tanti prodotti alimentari del commercio equo, biologici, di filiera corta oltre a quelli fatti in carcere, di cooperative sociali italiane e coltivati su terreni confiscati alle mafie. Inoltre novità di abbigliamento, accessori, articoli per la casa, idee regalo, prodotti cosmetici, libri.

Per circa due mesi, si aprono le porte dello shopping responsabile e solidale fatto di prodotti belli, buoni e giusti, che rispettano i diritti dei produttori e l'ambiente.

Consumatori attenti e informati ogni anno scelgono di fare acquisti due volte più belli. In questo grande mercato infatti si possono trovare tantissimi prodotti alimentari e di artigianato che oltre ad essere belli e buoni per chi li acquista, hanno un alto valore sociale e ambientale, perché rispettano i diritti di chi li produce e sono realizzati in modo sostenibile.

Per l'edizione 2012 sono previste tante proposte del commercio equo e solidale, tra cui le golose novità alimentari, la collezione moda Altromercato 2012, i gioielli dalla Palestina le proposte regalo della linea benessere Natyr

I bambini sono gente di viaggio, anime di grandi spostamenti.

Quando vengono a questo mondo, non hanno né vestiti, né parole, né denaro, non posseggono nessun altro bene che il bisogno, la fame, le lacrime e il sorriso.

Le persone che li accolgono, che danno loro asilo per venti, trent'anni, per tutta la vita, le persone che dicono al bambino: entra, fa' come se fossi a casa tua, posa il tuo sorriso in un angolo, ci terrà compagnia, già ci rischiara un po'. Queste persone, albergatrici dell'infanzia, noi li chiamiamo genitori.

I bambini rimangono dove la porta si apre. Giocano fuori nel cortile, rientrano alla sera, abitano là per anni e per anni, con la loro anima inafferrabile, è come se fossero sempre di passaggio.

I bambini sono degli stranieri che vivono presso i genitori.

Christian Bobin, Consumazione. Un temporale, 59-60.

 “Vik” Arrigoni, vivere per l'utopia 

di Angelo d'Orsi 

Non sentitevi sciocchi se, aprendo questo libro appena uscito (Il viaggio di Vittorio, di Egidia Beretta Arrigoni, Dalai editore, pagg. 185, 15,00), sentirete gli occhi inumidirsi. Proseguendo nella lettura, sfogliando frammento dopo frammento la breve esistenza, intensissima e generosa, di Vittorio “Vik” Arrigoni, vi sarà difficile trattenere le lacrime. Del resto Vik non si vergognava di piangere, quando, sotto i bombardamenti israeliani su Gaza City, tra gli ultimi giorni del 2008 e i primi del 2009, puntando la videocamera, rinunciava alle riprese. “Ho scoperto di essere un pessimo cameraman” , scriveva, “non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non riesco, perché piango anche io”.

Il lutto aleggia in queste pagine, giacché il lettore sa come andrà a finire: sa che il protagonista, un ragazzo che letteralmente si era dedicato alla causa degli ultimi, dovunque nel mondo, fu trucidato nella “sua” Gaza, il 15 aprile 2011.

Non sa, invece, il lettore, che tutta la breve vita di questo ragazzo (muore a 36 anni), fu dedicata ad alleviare le altrui sofferenze, in un viaggio che lo portò in Africa, nell'Est Europa, in America Latina, prima di giungere nel tormentato Medio Oriente, fermandosi infine in quel fazzoletto di terra, intriso di sangue, che sono i Territori palestinesi, sottoposti al pugno di ferro israeliano. Vik si è speso, in ogni modo, sempre pacificamente, sempre con uno sforzo volto non soltanto a testimoniare ma a operare concretamente: non volle mai essere un “cooperante”, un “osservatore”, e meno che meno un giornalista, sia pure solidale: fu uno di loro, volle essere operaio, pescatore, scaricatore, infermiere, cuoco...: volle essere vittima tra le vittime.

In una lettera alla mamma

Partita di rugby:

All Blacks 42 punti - Italia 10 punti.


Guerra in Palestina:

3 israeliani morti - 80 palestinesi morti

don Chisciotte

Irena Sendler era una donna di origine tedesca. Durante la seconda guerra mondiale è stata assunta come idraulico nei campi di concentramento ma lei aveva un secondo fine riguardo a questo lavoro: sapeva dei piani terrificanti dei nazisti; aveva il suo furgoncino e le sue borse ingombranti; alla fine della giornata Irena metteva nelle sue borse dei bambini... e le metteva nel furgoncino insieme al cane che era addestrato ad abbaiare a tutti i soldati che, un po' scocciati dal cane non controllavano mai il retro del furgone. Così Irena ha salvato più di 2500 bambini! Quando è stata scoperta le sono state rotte le gambe e le braccia, ma lei non ha mollato la sua missione. Nel giardino di casa sua ha seppellito un barattolo di vetro con la lista di tutti i nomi dei bambini; è sempre andata alla ricerca dei genitori e parenti. All'età di 98 anni si è spenta nel 2008.


«Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria» (dalla Lettera al Parlamento polacco).

Qualche notizia in più.

Arrivò senza essere aspettato, venne senza essere stato concepito. Solo la madre sapeva ch'era figlio di un annuncio del seme che sta nella voce di un angelo. Era accaduto ad altre donne ebree, a Sara per esempio.

Solo le donne, le madri, sanno cos'è il verbo aspettare. Il genere maschile non ha costanza né corpo per ospitare attese. Risento l'aggravante di ignorare fisicamente la voce del verbo aspettare. Non per impazienza, ma per mancanza di tenuta: neanche durante le febbri malariche mi veniva di ricorrere al repertorio delle immaginazioni di guarire, di stare in attesa di.

Nei risvegli mattutini scorrendo Isaia leggo: "Lieti quelli che aspettano lui» (Is 30,18). Non ho conosciuto questa saggia e fisica letizia. Ma più forte di questa notizia, nello stesso verso è scritto: «Perciò aspetterà Iod/Dio di farvi misericordia». C'è un'attesa prima, che spetta a Dio e ha lo stesso verbo ebraico hacchè. Nella sua riduzione al formato della specie umana, il Suo tempo infinito si contrae nel finito di un'attesa.

Dio aspetta: «Per farvi misericordia». Il tempo di Avvento sta a imitazione di, sta dirimpetto all'eternità di un Dio che accetta di farsi periodico, irrompendo nel mondo a mesi stabiliti con nascita, morte e risurrezione. Chi ha in corpo le risorse per concepire attese, conosce dal verso di Isaia l'immensità della corrispondente attesa di Dio.

Erri De Luca, Nocciolo d'oliva, 13-14



Se ascolto i mezzi di comunicazione mi confermo nella famosa espressione:

"Nella guerra, la prima vittima è la verità".


Pur volendo operare per la pace ed ascoltare le ragioni e le sofferenze di tutti,

non si può negare che le forze (politiche, economiche, militari) in campo sono dispari.

E ogni volta il più debole (e non dico che sia "il più giusto") soccombe.

don Chisciotte

 

 

L'amore non è già fatto. Si fa.


Non è un vestito già confezionato, ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.

Non è un appartamento chiavi in mano, ma una casa da concepire, costruire, conservare e, spesso, riparare.

Non è una vetta conquistata, ma scalate appassionanti e cadute dolorose.

Non è un solido ancoraggio nel porto della felicità, ma è un levar l'ancora, è un viaggio in pieno mare.

Non è un SI' trionfale che si segna fra i sorrisi e gli applausi, ma è una moltitudine di “sì” che punteggiano la vita, tra una moltitudine di “no” che si cancellano strada facendo.

Non è l'apparizione improvvisa di una nuova vita, perfetta fin dalla nascita, ma sgorgare di sorgente e lungo tragitto di fiume dai molteplici meandri, qualche volta in secca, altre volte traboccante, ma sempre in cammino verso il mare infinito.

Michel Quoist



 

 

 

La prossima volta che nasco ateo,

lo faccio in un paese dove quelli che credono in Dio

credono in un Dio felice!

Alessandro Baricco

Sabato prossimo 17 novembre si svolgerà a Milano una raccolta cittadina di coperte di lana, sacchi a pelo, cappotti e giacconi invernali e anche di libri e cd. L'appello a donare per chi ha meno e si trova in difficoltà parte dal Comune e da dodici associazioni attive nel sostegno e nell'accoglienza dei più disagiati.



Il materiale potrà essere consegnato dalle 9.30 alle 17, presso dei gazebo posizionati in nove punti della città:



· piazzale Baiamonti;

· piazzale Baracca;

· Stazione FS Lambrate, (via Bassini angolo Valvassori Peroni)

· piazza Argentina;

· viale Papiniano; (Piazzale Cantore )

· Arco della Pace;

· piazzale Selinunte;

· Colonne San Lorenzo;

· piazzale Maciachini.



La raccolta sarà possibile grazie al contributo della Fondazione Fratelli di San Francesco, della Fondazione Progetto Arca, della Comunità di Sant'Egidio, della Croce Rossa Italiana, dell' Associazione Ronda della Carità e della Solidarietà, dell' Opera Cardinal Ferrari, dell' Associazione Milano in Azione, dell' Associazione Clochard alla Riscossa, dell' Associazione Linea Gialla, dei City Angels e dell'Associazione S.O.S Milano.



Il Comune invita i cittadini anche a segnalare le persone in stato di bisogno a contattare le due strutture dell'amministrazione che si occupano del soccorso e della prima accoglienza di chi ha bisogno di un posto letto:



- Centro Aiuto Stazione Centrale, via Ferrante Aporti 3 (ang. viale Brianza).

Telefono: 02-884.47645; 02-884.47647; 02/884.47649, aperto tutti i giorni dell'anno, festivi inclusi, dalle 8.30 alle 19.30, il sabato e la domenica dalle 9 alle 15.

In periodi di emergenza, come già successo durante i primi giorni di freddo lo scorso ottobre, la struttura rimarrà aperta, con un potenziamento del personale fino alle ore 24.



- Casa dell'Accoglienza Ortles, viale Ortles 69.

Telefono: 02-884.45239 negli orari di chiusura del Centro Aiuto Stazione Centrale.

 

"I direttori di spirito riflettano e ricordino come lo Spirito Santo, e non essi, è l'agente e la guida principale delle anime, delle quali non tralascia mai di prendersi cura; essi invece non sono agenti, ma solo strumenti per guidarle per mezzo della fede e della legge di Dio, secondo lo spirito dato a ciascuna dal Signore.

Perciò l'unica loro preoccupazione non deve essere quella di renderle conformi al loro punto di vista e alla loro natura, ma si devono preoccupare di sapere per quale via il Signore le conduce; se non lo sanno, le lascino stare senza disturbarle".


san Giovanni della Croce - Epistolario 3,46

 

La casa della vecchia zia

Come immaginiamo, come presentiamo la Casa del Padre? Il modello, sovente, è dato da certe case antiche, aristocratiche. Dentro, tutta roba di classe. Mobilio artistico. Tappeti persiani. Vasellame cinese. Quadri d'autore. Ritratti (tanti, troppi), cimeli, medaglie di antenati. Museo. Archivio. Vi si conservano, gelosamente, le glorie del passato.

In certe stanze è vietato rigorosamente l'ingresso. Da un'altra parte non si può andare perché è stata data la cera sul pavimento. Finestre chiuse. Imposte chiuse. Perché il sole potrebbe rovinare i delicati tendaggi. Aria che sa di muffa, di chiuso, di antichità. Non si respira. Pare di soffocare. Cartelli da tutte le parti: non toccare, non entrare, proibito far questo, vietato far quell'altro, attenti alle scarpe sporche... Guai ad alzare la voce, a cantare. C'è la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi... E detesta la musica moderna. Adora Bach. I discorsi, noiosissimi. Sempre le stesse cose. La stessa solfa. Ripetizione delle glorie del passato e recriminazioni sul presente: «Dove andiamo a finire? Ai miei tempi...». Soprattutto: atteggiamento di superiorità e di disprezzo per quelli che sono fuori, che non godono dei nostri privilegi, che non hanno il nostro sangue nelle vene, che non possono vantare il nostro blasone, una razza inferiore... Guai se i figli del vicino mettono i piedi in questa casa. Potrebbero sporcare, potrebbero turbarne l'ordine rigorosamente stabilito.

Non abbiamo un po' la tentazione a ridurla così la Casa del Padre? Una Casa di privilegiati, una specie di Museo, di archivio. Tutto in ordine. Tutto già predisposto. Soprattutto, nessuna novità. Si è sempre fatto così. Milioni di proibizioni. Un cerimoniale esatto da osservare. Tutto rigidamente stabilito. Manca l'atmosfera che dia la gioia di viverci.

Invece dovrebbe essere una Casa dalle finestre e dalle porte spalancate. Senza visi arcigni a custodirla. Una Casa in cui tutti dovrebbero trovarsi a loro agio. Nessuno sentirsi impacciato. Poter ridere, scherzare e... fare capriole. In cui non dico sia lecito disegnare i baffi al ritratto dell'antenato che ha partecipato alla battaglia di Lepanto, ma perlomeno è possibile appendere quadri nuovi, con personaggi di attualità. In cui si ha il coraggio di mettere in soffitta le suppellettili che non servono più. In cui la storia la scriviamo anche noi. In cui la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi, con le sue manie, le sue crisi, le sue fissa­zioni, non condiziona la vita di tutti, non blocca la vita degli altri. Le vogliamo tutti bene a questa vecchia zia. La curiamo, se ha bisogno. Ma ci lasci vivere. Ci lasci lavorare. Ci lasci respirare. Non ci tolga la gioia di vivere. E se strilla, lasciamola strillare. Non le metteremo certo le puntine da disegno sulla poltrona preferita e nemmeno la fotografia della cantante alla moda nel suo libro di devozioni, ma non asseconderemo più le sue paturnie. E se grida: «Dove andiamo a finire?», grideremo più forte: «Avanti!».

La Casa non dobbiamo immaginarla come il capolavoro di un architetto raffinato. Dev'essere il capolavoro dei figli. Dev'essere una casa di famiglia dove «c'è sempre un po' di disordine, le sedie talvolta mancano di un piede, i tavoli sono macchiati d'inchiostro e le scatole di marmellata si vuotano da sole nella dispensa» (Bernanos).

In questa Casa il centro è il cuore del Padre. E i mattoni, le pietre vive siamo noi. Noi siamo responsabili dell'atmosfera, dell'aria che vi si respira. Possiamo farne un capolavoro. O un inferno.

Di fronte al Cristo della Trasfigurazione, Pietro ha esclamato: «È bene stare qui». Ogni fratello, nella Casa, deve poter ripetere lo, stesso grido: «È bene, è bello stare qui». Nella Casa, sulla terra, ci si acclimata al Paradiso. Non al Purgatorio. Né, tantomeno, all'Inferno. La Casa deve essere «la prova generale» del Paradiso.



Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 302-305

La prima edizione è del 1967

 


Crediamo di essere in grado di guardare la televisione, godere dei programmi e ignorare la pubblicità... ovvio, chi di noi non cambia canale quando scattano gli spot pubblicitari? Questo ci mette in salvo? No. Se nella seguente immagine ti chiedessi di dare un nome ai brand pubblicitari e un nome alle piante cui appartengono quelle foglie, come mai ti risulta più facile dare un nome ai marchi?

Dove hai imparato il significato di questi brand? Come mai sei così bravo ad associarli al prodotto giusto?

La risposta è tanto semplice quanto disarmante: Crediamo di poter scegliere, di essere abbastanza scaltri da saper filtrare, distinguere i programmi televisivi dagli spot, ignorare la pubblicità, relegarla a ingannevole messaggio da evitare, ma in verità siamo completamente disarmati e subiamo inconsapevolmente un continuo lavaggio del cervello.

Il risultato finale è che abbiamo imparato ad associare immediatamente marchi, slogan, canzoni e volti a determinati prodotti, tanto che se ci chiedessero di completare le seguenti frasi, non avremmo alcuna difficoltà:

Dove c'è B_______, c'è Casa.

V_______, è tutto intorno a te.

V_______, la natura di prima mano.

Complimenti per le tue risposte, hai ottenuto il massimo del punteggio e sei stato promosso al rango di teledipendente.

VUOI UN CONSIGLIO? BUTTALA...! dopo poco ti sentirai subito meglio.

Fonte: ZeroGas

 

Ignazio "presupponeva l'indifferenza" nei suoi religiosi, ossia supponeva che avessero raggiunto la libertà interiore come frutto degli esercizi spirituali; prima di proporre una missione, "verificava l'inclinazione" direttamente o indirettamente, per poter "tener conto delle disposizioni", perché contava sulla persona più che sull'idea del progetto; tuttavia, racconta Gonçalves da Câmara, Ignazio manifestava di apprezzare molto la disposizione del religioso che "quanto a inclinazione diceva di voler non averne af­fatto", perché la totale libertà è garanzia di obbedienza vera, dal momento che allora si può cercare in tutto di fare soltanto la volontà di Dio.

Racconta ancora Gonçalves che, una volta attribuita la missione, Ignazio poteva anche firmare in bianco fogli che sarebbero serviti a compiere bene un mandato, fidandosi totalmente della libertà e della creatività del religioso in missione. (...)

II modo di governare di Ignazio, "gentile e autorevole" insieme, ha un segreto: prima di tutto, Ignazio dedicava tempo e attenzione alla cosa in questione prima di decidere; secondo, pregava molto a questo proposito e riceveva luce da Dio; terzo, non decideva nulla di preciso prima di aver ascoltato il parere di chi se ne intendeva, interrogando ognuno su molte cose, tranne su quelle di cui lui stesso aveva piena conoscenza.

Il superiore deve dare una reale attenzione ai suoi religiosi nel discernimento e avere fiducia in coloro che avranno libertà di iniziativa nella missione. Lo Spirito Santo parla attraverso le persone, gli eventi, i pensieri, i sentimenti, per cui rispettare l'originalità di uno, le idee di un altro, le tendenze di un altro non è accondiscendere, ma riconoscere l'azione dello Spirito Santo in loro e favorire il di più di un servizio, non il minus. Spirituale è quindi il governo dove il superiore è un "esperto" dello Spirito Santo di cui egli è come il "portavoce", o il contemplatore.

Non sorprende quindi che il principio del governo per sant'Ignazio sia la docilità allo Spirito Santo. Essa spiega insieme la sua esigenza e la sua capacità di rispettare i sudditi. Senza la prassi del discerni­mento degli spiriti, una tale esigenza e una tale larghezza rischierebbero di degenerare in autoritarismo o in lassismo. Il discernimento degli spiriti d'altronde non è possibile senza un'intensa vita di preghiera, di conoscenza della Parola di Dio. Il discernimento non è autentico senza la purificazione dell'ascesi che per­mette alla carità di risplendere. (...)

Il modo di comprendere il governo - e quindi l'obbedienza - è costitutivo del carisma e del cammino di formazione che una comunità propone ai suoi membri. Per questo è pericoloso prendere un aspetto di una tradizione spirituale e, sic et sempliciter, applicarlo ad un'altra.

Se i concetti di "governo", di superiore, di obbedienza vengono estrapolati dal contesto di una spiritualità complessa, si favoriscono le aberrazioni e gli abusi. Come l'abuso di chi ha l'autorità e richiama i suoi sudditi all'obbedienza cieca di sant'Ignazio senza averne il genio mistico e la carità, senza cioè assicurare una formazione adeguata che verifichi il grado di adesione a Cristo della persona, senza che sia ga­rantita, insieme alla prassi dell'obbedienza, la pre­ghiera personale, l'autentica pratica del discernimento, lo stesso zelo per la carità fraterna e l'aspirazione all'umiltà perfetta. Vi è una sottomissione che fa del religioso un mercenario o un fariseo, un ateo sterile.

L'obbedienza, invece, deve portare alla contemplazione di Dio.

Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, 51-55

"Non so che libro scriverò domani, perché non so che uomo sarò.

Per il momento, vorrei che la mia vita fosse come un fiore che continua ad aprirsi, con un profumo sempre più grande.

Vorrei imparare a piangere, vorrei arrivare a capire meno perché rifletterei sempre di più,

vorrei leggere libri che siano belli come un prato,

e posare il mio sguardo sulla luce scritta,

vorrei giungere alla morte più fresco di un neonato,

e morire con lo stupore dei neonati quando li si fa emergere dall'acqua".

Christian Bobin, La luce del mondo, 188

Dialogo con il cardinal Martini sul senso della morte e della sofferenza alla luce della Bibbia

Affidati alle mani di Dio

Nascita e morte, desiderio di felicità e sofferenza: la nostra vita si dibatte sempre fra questi estremi e spesso si "perde" in essi. Come stabilire un sapiente equilibrio, come vivere pensando alla morte? Dalla sua nuova "casa", presso l'Aloisianum di Gallarate, il cardinale Carlo Maria Martini ha accolto la proposta della redazione di In dialogo di riflettere su questo delicato tema, da vivere e comprendere nella prospettiva biblica e cristiana. Un dialogo ricco, che offriamo ora ai nostri lettori.


Secondo la Bibbia esiste una “buona morte” e come ci si deve preparare ad essa, nel tempo della salute e in quello della malattia?

Come premessa vorrei dire che la Bibbia parla innumerevoli volte della morte e del suo contrario, cioè la vita. Il cristiano è infatti colui che è passato “dalla morte alla vita” (cfr 1 Gv 3,14). Qui possiamo solo fare un richiamo ad alcuni concetti generali. La Scrittura parla anche spesso della malattia e dell'angoscia con cui l'uomo chiede di esserne liberato. Ma mi pare che la Bibbia non parli di “buona morte” né di sentimenti devoti con cui prepararci a questo passo. Essa ci parla più volte della morte dei giusti “carichi di anni”. Così per esempio il libro della Genesi ci presenta Abramo, che “spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni e si riunì ai suoi antenati” (Gen 25,8). Si suppone che quando un uomo ha vissuto lungo tempo sulla terra e ha goduto del favore di Dio, vada verso la fine dei suoi giorni come qualcosa di molto naturale. Una morte così è da concepirsi con una conclusione naturale della sua vita. Di conseguenza non ricordo particolari indicazioni su come prepararsi alla morte. Un avvertimento che però appare più volte nel Nuovo Testamento è quello della vigilanza: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (Lc 12,35). Ma la morte che sta davanti a un cristiano non è tanto la morte dei giusti o una “bella morte”. Essa è piuttosto una “brutta morte”, quella di Gesù sulla croce, in mezzo a tormenti di ogni tipo, respinto dagli uomini come indegno di vivere. Ciò di cui Gesù è modello è la sua sottomissione alla volontà del Padre (“Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”, Mc 14,36; “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”). Solo unendosi alla morte di Gesù il cristiano perviene al superamento della morte.




Come hanno affrontato l'incombere della malattia alcuni personaggi biblici?

Quando la Bibbia parla di alcuni personaggi nota favorevolmente la loro capacità di mantenere i ritmi vitali. Così ad esempio di Mosé si dice che “gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non era venuto meno” (Dt 34,7). Bisogna però dire che l'attenzione alle condizioni fisiche e psicologiche del malato, che viene invitato ad affrontare con serenità il suo stato di salute come anche la prossimità della morte, non mi pare trovi molti alleati nelle Sacre Scritture. Tutto ciò è frutto dei progressi della medicina e del moltiplicarsi della possibilità di curare adeguatamente i malati.



Il tempo della malattia e l'avvicinarsi della morte “istruiscono” in qualche modo la nostra vita? La vicinanza con un malato grave, l'accompagnarne il lento declino, ci insegna ancora qualcosa sul vivere?

Certamente il tempo della malattia e l'avvicinarsi della morte “istruiscono” in qualche modo la nostra vita. Però le situazioni sono talmente diverse che è difficile dare un'unica regola o un'unica descrizione. Non v'è dubbio però che l'essere vicini a un malato grave, cui siamo affettivamente legati, ci insegni qualcosa sulla precarietà del nostro vivere e sulla certezza che dobbiamo morire.




C'è un tempo “buono” per morire? Cosa significa arrendersi alla volontà di Dio?

È difficile dire se esista un “tempo buono” per morire. Mi pare che la cosa più importante è affidarsi alla volontà di Dio e lasciare fare a lui. Quando tutto è compiuto ci affidiamo a Dio, ma noi non sappiamo mai quando “tutto è compiuto”. Lo sapeva Gesù, che ha consegnato il suo spirito a Dio: a noi non è dato di saperlo e per questo ci affidiamo alla misericordia di Dio. Che cosa significa, invece, arrendersi alla volontà di Dio? Penso che voglia significare che uno deve lottare con tutte le forze per rimanere vivo e anche operoso: ma può venire il momento in cui le circostanze sembrano imporre un qualche tipo di resa. Mi pare che qui la dialettica tra “resistenza” e “resa” sia molto significativa. Naturalmente non bisogna accondiscendere a conclusioni che vadano verso l'eutanasia. Siamo sempre affidati alle mani di Dio e da lui dipendiamo in tutto, sia quando siamo in buona salute come nella malattia e nella morte. L'icona su cui si può meditare è certamente quella già ricordata di Mosè. Ma nel leggere questa o altre icone occorre sempre ricordare che la nostra cultura ha un altro approccio verso la malattia: gli ospedali sono una “invenzione” cristiana e suppongono una Chiesa che abbia già una funzione sociale nel suo contesto, mentre il moltiplicarsi delle potenzialità della medicina è un fatto relativamente recente.



da "In dialogo", n. 2 del 2010, pag. 1


a cura di Maria Teresa Antognazza

Rarissimamente le nostre celebrazioni esequiali

riescono a rendere la corposità

del mistero di Dio Trinità,

del mister
o della Chiesa,

del mistero della persona defunta.

don Chisciotte

 



Francesco Guccini ha pubblicato quest'oggi "L'ultima volta", il primo singolo del suo nuovo album "L'ultima Thule", in uscita il 27 novembre. Su Youtube, nei giorni scorsi, Guccini ha raccontato in un videodiario la creazione del suo nuovo disco, trasformando il mulino che apparteneva ai suoi nonni in uno studio di registrazione. Il brano "L'ultima volta": in anteprima i primi 40 secondi.

 

La metà di tutto

di Massimo Gramellini

Nessun politico italiano, durante il discorso della vittoria, si rivolgerebbe alla compagna della sua vita per confessare di non averla mai amata tanto e, addirittura, che tutta Italia è innamorata di lei. Nel Paese del punto G, ancora intriso di un maschilismo da operetta, l'uomo potente ritiene disdicevole esternare i propri sentimenti intimi. Di amore e dolore, queste due vibrazioni della stessa corda, non parla in pubblico, considerandola un'ammissione di debolezza. E l'unica donna di cui ritiene lecito discorrere è quella che gli fornisce il pretesto per una barzelletta volgare o l'argomento di un'allusione greve. 

Barack Obama è un furbacchione formidabile, altrimenti non sarebbe dov'è e soprattutto non avrebbe postato sui social network, come primo dispaccio vittorioso, la foto di un abbraccio che in poche ore è già diventato l'icona di un'epoca. Ma anche al netto di qualche spruzzo di sana ruffianeria, la sua dichiarazione d'amore davanti al mondo ci ricorda che è la coppia, non l'individuo, la cellula-base dell'umanità. Gli americani non hanno eletto un Obama. Ne hanno eletti due. Perché dalla fusione fra la donna dei princìpi e l'uomo dei compromessi emerga ogni giorno un terzo Obama: il Presidente.

"L'uomo vale per ciò che gli manca"

don Primo Mazzolari

Come possiamo vivere una vita davvero riconoscente? Quando riguardiamo a tutto quello che ci è accaduto, facilmente dividiamo la nostra vita tra cose buone e cose cattive da dimenticare. Ma con un passato così diviso non possiamo andare liberamente verso l'avvenire. Con tante cose da dimenticare, possiamo soltanto andare zoppicando verso il futuro.

La vera gratitudine spirituale abbraccia tutto il nostro passato, gli eventi buoni come quelli cattivi, i momenti gioiosi come quelli tristi. Dal punto in cui stiamo ogni cosa che è avvenuta ci ha portato a questo momento, e vogliamo ricordarlo tutto come una parte della guida di Dio. Questo non significa che tutto quello che è accaduto in passato sia buono, ma significa che anche il male non è avvenuto al di fuori dell'amorevole presenza di Dio.

La sofferenza di Gesù stesso gli fu imposta dalle forze delle tenebre, eppure egli parla della sua sofferenza e della sua morte come del suo cammino verso la gloria.

È molto difficile riuscire a portare tutto il nostro passato sotto la luce della gratitudine. Vi sono tante cose di cui ci sentiamo colpevoli e proviamo vergogna, tante cose che semplicemente vorremmo che non fossero accadute. Ma ogni volta che abbiamo il coraggio di guardare "tutto" e di guardarlo come Dio lo vede, la nostra colpa diventa una felice colpa e la nostra vergogna una felice vergogna, perché ci hanno portato a un riconoscimento più profondo della misericordia di Dio, a una convinzione più forte della guida di Dio, a un impegno più radicale per una vita al servizio di Dio.

Quando tutto il nostro passato viene ricordato con gratitudine, siamo liberi di essere mandati nel mondo a proclamare la buona notizia agli altri. Come il rinnegamento di Pietro, una volta perdonato, non lo ha paralizzato, ma è diventato per lui una nuova fonte di fedeltà, così tutti i nostri fallimenti e tradimenti possono essere trasformati in gratitudine e renderci capaci di diventare messaggeri di speranza.

Henri Nouwen, Vivere nello Spirito

Pochi, forse, pur tra i battezzati, sono giunti alla conoscenza del Dio vivo, così come ce la presenta la Scrittura e come ce la presenta Gesù. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipen­de da quanto io attendo da lui, che può dunque scon­volgere le mie attese, proprio perché è vivoLa riprova che non sempre abbiamo la giusta idea di Dio è che talvolta siamo delusi: «Mi aspettavo que­sto, mi immaginavo che Dio si comportasse così, e invece mi sono sbagliato». In tal modo ripercorriamo il sentiero dell'idolatria, volendo che il Signore agi­sca secondo l'immagine che ci siamo fatta di lui.

"Signore, noi ti conosciamo poco, e tu infatti hai detto che nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui a cui il Figlio lo voglia rivelare".


È soltanto nella rivelazione della Scrittura, che ha il suo culmine in Gesù, che noi possiamo conoscere il Dio vivo, Colui che né la carne né il sangue ci rivela­no, né i ragionamenti, né le abitudini, né le deduzio­ni della nostra mente. Certo, noi possiamo giungere a dire che c'è qualcuno al di là di noi, al di là di tut­to, ma non lo riteniamo mai così superiore a noi da poterci «deludere» e sorprendere.
Istintivamente lo riduciamo alla nostra misura, mentre l'adorazione del Dio vivo, l'adorazione dello zelo forte, instancabile, ardente fino alla crudeltà, di Elia è per il Dio a cui nessuno più dire nulla, che è la di là di ogni immagi­ne e pensiero nostro, che si rivela per amore e con amore sconvolge sempre e ancora una volta le idee umane.

Tutto il vangelo è una manifestazione della fatica compiuta dagli uomini per accettare il Dio di Gesù, a cominciare dagli apostoli, perché lo attende­vano diverso. E quando il Dio di Gesù annuncia che si rivelerà nella croce, si scandalizzano accorgendosi che non è il Dio che pensavano.

Serviamo davvero il Dio vivo?

"Rivelati, Signore, a me, rivelati sconvolgendo i miei pensieri, rivelati distruggendo le mie idee prefabbricate su di te, distruggendo gli idoli, le false immagini di te che occupano il mio cuore".

Carlo Maria Martini, Il Dio vivente. Riflessioni sul profeta Elia, 60-62

 

Dell'infanzia ricordo libri e nessun giocattolo. C'erano di sicuro, ma si sono persi. Soldatini, trenini, bestie, case: i giochi sono miniature del mondo, utili a un bambino per sentirsi gigante. Aiutano a crescere sopportando l'inferiorità.

Ho giocato poco, preferendo leggere. Dentro i libri non era possibile immaginarsi grandi. Le storie erano immense, la mia lettura piccola in confronto. Molte cose neanche le capivo. I libri mi ribadivano la mia taglia minuscola. Ma qualcosa all'interno s'ingrandiva. Il medico diceva ch'era il fegato, che allora si curava con l'olio di merluzzo.

A me sembrava invece che aumentasse la capacità d'aria dei polmoni. La lettura di Stevenson mi ha gonfiato di aria di oceano. La poesia napoletana mi scioglieva la lingua. London mi ha insegnato la neve. Le storie delle stragi della guerra mi facevano rimbombare la vena della fronte.

Erri De Luca, Il torto del soldato, 17

 

 O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. 

Dammi una fede retta, speranza certa, 

carità perfetta e umiltà profonda. 

Dammi, Signore, senno e discernimento 

per compiere la tua vera e santa volontà. 

Amen