«Dentro oppure fuori?»

di Roberto Beretta

O dentro o fuori. Mi stupisce come sempre più, nella prassi della Chiesa cattolica, prevalga la logica tipica della setta: o stai con noi, oppure vattene. Per dir la verità, questa è stata una tentazione cui il cristianesimo (come del resto parecchie tradizioni religiose) si è raramente sottratto, dal tempo delle eresie e degli anatemi a oggi. Tuttavia con le puntualizzazioni del Concilio - e quelle della sociologia, che ha distinto sacro da religioso - si pensava che il clima fosse diventato diverso. E più evangelico.

Invece, fateci caso: da una parte si assiste all'esaltazione più acritica e «miracolistica» di qualunque conversione al cattolicesimo, soprattutto se di vip e/o personaggio noto (calciatore o giornalista, pornostar e nobildonna); dall'altra - compreso Vino Nuovo, vedi certi commenti sulla questione Martini - si verifica il fenomeno opposto, ovvero la pubblica «cacciata» di quanti per qualche motivo «non ci stanno»: e che contestino il dogma della resurrezione o invece l'opportunità di votare Berlusconi in fondo fa poca differenza. Così si registra un duplice e contrario movimento, centripeto e centrifugo, intorno al messaggio che più di tanti altri nella storia volle rivolgersi all'intimità e alla libertà delle coscienze; senza confini di sorta.

Forse però non è un caso che lo stesso Nuovo Testamento cada in contraddizione su se stesso, accogliendo in materia due citazioni opposte: «Chi non è con me, è contro di me» (Lc 11, 23 e Mt 12, 30), ma anche «Chi non è contro di noi, è per noi» (Mc 9,40). Abbiamo infatti un connaturato bisogno di «appartenere». Di più: di sapere con certezza che apparteniamo. Ancora meglio: di sapere con chi esattamente apparteniamo. Abbiamo necessità di sapere di quale gruppo (lobby, casta) siamo, chi sta con noi e magari anche quanti sono; per lo stesso motivo preferiamo espellere chi non ci rassicura, chi ha dubbi, chi dissente: se non ci stai, vattene. Altro che dialogo e missione: chi sgarra, è fuori. Così noi saremo più tranquilli.

Piccinerie che contrastano con l'idea stessa di «cattolicità». Non che non sia importante l'appartenenza alla Chiesa; ma chi e che cosa la stabiliscono davvero? Quando si ha il diritto ­- per esempio ­- di dire «sei fuori» a un battezzato, anche qualora esponesse idee eterodosse sul fine vita o sul matrimonio dei gay? Ed è più «dentro» l'ateo devoto o il credente critico, il dissenziente o l'indifferente, il tradizionalista o il prete pedofilo? Ancora: l'«extra ecclesiam nulla salus» come va interpretato, giuridicamente o estensivamente?

Chi è «dentro» e chi è «fuori»: sciogliere il dilemma è una tentazione sempre presente nelle religioni, ma è anche un gioco che un cristiano non può risolvere davvero; «Lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme...». E forse non è neppure importante. Mi sembra che una volta qualcuno abbia detto più o meno (chi trova la citazione esatta mi aiuti) che «non bisognerebbe dire "sono cristiano", bensì "mi sforzo di essere cristiano"». Era il cardinale Martini, ancora lui.