«Ogni tanto in chiesa mi sorprendo a fare una ricognizione dei volti di coloro che partecipano alla celebrazione eucaristica, con particolare attenzione al momento dell'omelia. E, normalmente, non ne risulta un inventario incoraggiante.

Alcuni mostrano una dichiarata indifferenza, estraneità.

Altri danno chiaramente a vedere che i loro titolari stanno inseguendo e filando i propri pensieri autonomi. E non sempre sono pensieri che hanno a che fare con la religione.

Ci sono poi quelli - e sono piuttosto numerosi - spalmati di noia. Sguardi allarmati all'orologio. Mascelle che lavorano di nascosto, impegnate nella fatica immane di reprimere colossali sbadigli, almeno evitando che siano rumorosi. Sbadigli che, se esplodessero, inghiottirebbero chiesa e predicatore insieme.

E poi ci sono i delusi, con l'aria rassegnata. Non erano quelle le parole che si aspettavano, non era quello il pane di cui avevano bisogno.

E non mancano neppure coloro che tradiscono una certa insofferenza, una tacita protesta espressa con un brillio inconfondibile degli occhi. Quasi dicessero: «Perché non ci interpella mai? Saremmo lieti se potessimo fargli da suggeritori, per evitare che vada annaspando penosamente con i suoi argomenti astrusi e i temi che non interessano nessuno e passano sopra le nostre teste».

Infine ci sono quelli che, nonostante tutto, riescono ad acchiappare qualche brandello di parola utile, accogliere alcuni semi vaganti per portarseli a casa. E grazie a questi ultimi che la Parola, nonostante l'inadeguatezza del predicatore, non va mai del tutto perduta.

Ma torniamo alla noia. Si potrebbe parlare anche di estraneità, assuefazione, abitudine, non coinvolgimento. Molti di coloro che partecipano alle nostre assemblee eucaristiche domenicali danno l'impressione di farlo perché mossi dal senso di un dovere straccamente ripetitivo.

Certe facce, più che esprimere adesione, consapevolezza, tradiscono in maniera fin troppo scoperta una sbadata, "rituale" rassegnazione. Si subisce la predica, perché non se ne può fare a meno. Dall' espressione di alcuni volti è facile cogliere il disincanto, la distrazione, la passività, l'inerzia o, nel migliore dei casi, la "compostezza".

Parlavo prima dello sbadiglio. Non è questione solo di bocche. Ho, infatti, la sensazione che in chiesa ci siano numerose anime che sbadigliano.

Non c'è da stupire che tanti assorbano, subiscano senza reagire. La reazione, infatti, si verifica solo quando c'è una provocazione evidente, piuttosto marcata, insolita, non quando si srotola un discorso piatto, scontato, largamente prevedibile, di cui si conosce già la conclusione prima ancora che si pongano le premesse, si imposti il discorso e se ne afferri il bandolo.

E qui la responsabilità va ripartita equamente col predicatore, cui è da addebitare almeno in parte quella noia che avvolge come una nebbia umidiccia, appiccicosa, pesante, l'assemblea.

Allora mi domando: ma i predicatori guardano veramente in faccia gli ascoltatori, scrutano i volti che stanno davanti a loro? E, ammesso lo facciano, come mai non riescono a cogliere i sintomi allarmanti della noia? Ho sentito dire di un predicatore che era talmente noioso, pedante, che qualche volta si addormentava pure lui durante il sermone.

Personalmente, da tempo ho maturato la convinzione che il vero, temibile nemico della verità non sia tanto l'errore quanto la noia.

Cerco, comunque, di immedesimarmi anche nella situazione del predicatore. Il quale, oltre a interpretare i segni della noia, e a prendersi la parte di colpa che gli spetta, correggendo quel che c'è da correggere nel suo stile di comunicazione, può rivendicare le sue buone ragioni. Certo, non è piacevole avere a che fare con individui che non nascondono la loro indifferenza. E lui ha l'impressione che tutto sia inutile. Che la Parola sia destinata a cadere nel vuoto».

Alessandro Pronzato, La Domenica festa dell'incontro, 55-56